Il dizionario della lingua italiana comprende circa centosessantamila vocaboli, duemila dei quali soltanto costituiscono la base linguistica di fatto più utilizzata. Di regola, ci serviamo delle parole più comuni, buone per tutti i giorni e facili da usare; ma a nostra disposizione ci sono anche quelle che nella personale sensibilità di ognuno risultano di rango superiore. Parole illuminate o illuminanti, speciali veicoli del pensiero con cui possiamo rappresentare agli altri e a noi stessi le nostre personali visioni del mondo. E che per questo utilizziamo in occasioni particolari, con la dovuta attenzione. 

Soprattutto quando scriviamo.

Una di queste, per me, è “altrove”, comune avverbio di luogo, facile da pronunciare, pensare o scrivere, che rimanda a un luogo diverso da quello in cui ci si trova.

Ma non solo. Perché dietro ogni parola si nasconde un mondo.

 “Altrove”, nella mia visione, è parola seducente, veicolo di senso elegante e autorevole per inesauribili viaggi verso un “altro dove” indefinito e indefinibile. In un posto e in un tempo che non possono esistere se non dentro di noi, e nei quali spesso amiamo rintanarci, emulando in questo modo poeti e filosofi.

Altrove è parola nobile e suggestiva. Che aumenta ancor più di intensità immaginifica se la pronunciamo o la scriviamo facendola precedere dall’articolo: l’Altrove. Fuga e speranza. Il Parnaso dei poeti, le Colonne d’Ercole dell’Ulisse dantesco, l’”oltre la siepe” di Leopardi: Terra di sogno, in ogni caso, destinazione magnetica, irrinunciabile.

L’Altrove è la somma di ogni luogo possibile moltiplicato per l’intera umanità. Come tale, non ha coordinate geografiche: le uniche mappe su cui può essere individuato sono quelle di non facile consultazione tracciate dal sogno, dal desiderio o dall’inquietudine: l’Altrove è energia dinamica che fa viaggiare sulle strade del pensiero, quelle che per qualcuno si diramano nella direzione dell’arte o della letteratura. È senso di indeterminatezza. Di ingovernabilità. Ma al tempo stesso è anche luogo di incontro con l’altro, e con gli altri che vivono in noi: un teatro dell’anima aperto ad ogni ora del giorno e della notte, sul quale possiamo portare in scena il dilemma delle nostre contraddizioni.

L’Altrove è spazio delle emozioni. 

A volte basta un niente: l’Altrove è sempre pronto a svelare nuovi orizzonti creativi, e a chiunque. Per provarne gli effetti non serve essere artisti o letterati riconosciuti, bastano anche i piccoli attimi di desiderio o di speranza che prendono corpo quando lasciamo che i nostri sensi si dispongano al piacere dell’eccitazione e della sorpresa. Un libro, un quadro, una canzone, o una casuale fantasticheria sono ottimi dispositivi di innesco per abbattere la ruvidità del reale e concederci il lusso di tornare liberi come bambini. In quei momenti non è cosa rara riuscire a cogliere un senso del presente che incredibilmente porta in altri tempi e in altri luoghi.

Altrove, cioè. In una dimensione antica e amica da cui nasce anche l’urgenza del raccontare: di se stessi e per se stessi, prima di tutto; ma talvolta anche per indicare ad altri, con generosità, qualche traccia della propria esperienza.

L’Altrove genera scrittura e di scrittura si nutre. In particolare quando ci riconnette con i luoghi reali, lontani nello spazio e nel tempo, che ci hanno lasciato ricordi indelebili.

Nel taccuino dei miei viaggi trascrivo pensieri destinati a essere riletti in altri momenti. Spesso scrivo soltanto parole, sufficienti da sole a riproporre il senso delle emozioni vissute.

Il viaggio in Giappone è stata una di quelle esperienze che continuano a parlarmi, come in un racconto sospeso, mai interrotto, abile a risvegliare l’indefinibile energia di bellezza di quel luogo, lontano e diverso, che ad anni di distanza continuo a rappresentare in me come uno dei più intensi Altrove.

Al rientro in Italia, l’ultima parola annotata sul diario era stata “nostalgia” (altro lemma di riguardo, nel mio lessico), espressione del morbido desiderio di ritorno che quel contrastante ed enigmatico paese aveva fatto sorgere in me. 

L’Altrove giapponese è quel tornare alle sensazioni prodotte dai colori della gentilezza e del rispetto; a quel laico raccoglimento interiore a cui approdi quando ti perdi nei luoghi dove sono nati gli haiku, e il suono di un gong, in un bosco, si fa voce del daimon che vive in te.

Laica sacralità. Pura bellezza. Sensazione appagante che nasce quando lo sguardo interiore si perde nella dimensione dell’Altrove e guida la mano di chi si accinge a percorrerla con la scrittura.

“Quando la gente mi chiede dove prendo le mie idee – ha rivelato Ray Bradbury – mi viene da ridere. Com’è strano, siamo così occupati a guardare fuori, a trovare strade e mezzi, che dimentichiamo di guardare dentro”.

C’è tutto, lì, nel nostro Altrove. Basta accendere la luce e andare a cercare.

 

Photo by redcharlie on Unsplash

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