Cecità

Alcuni libri hanno il potere, una volta letti, di ritornare alla memoria specie quando si vivono situazioni personali o collettive che ce li richiamano per associazione. In questi giorni di allarme globale il libro che mi torna in mente con insistenza è Cecità di José Saramago. E quando un libro insiste significa che bisogna parlarne.

L’AUTORE

José Saramago nacque ad Azinhaga in portogallo nel 1922. Fu narratore, poeta, drammaturgo, giornalista, traduttore e critico letterario. Nel 1998 gli venne assegnato il premio Nobel per la letteratura perché “con parabole, sostenute dall’immaginazione, dalla compassione e dall’ironia ci permette continuamente di conoscere realtà difficili da interpretare”. Dal romanzo Cecità, uscito nel 1995, è stato tratto il film Blindness del 2008 con Julianne Moore.

Saramago è morto nel 2010 a Tias, nelle isole Canarie, dove si era trasferito insieme alla seconda moglie la giornalista spagnola Pilar del Río Gonçalves.

LA TRAMA

In una città e in un tempo imprecisati, uno dopo l’altro gli abitanti vengono colpiti da un’improvvisa quanto inspiegabile cecità, altamente contagiosa. I primi casi vengono isolati e rinchiusi in un ex manicomio adibito a luogo di quarantena, ma l’epidemia ben presto coinvolgerà tutti, facendo emergere nelle persone il loro aspetto più brutale e animalesco. Solo una donna, moglie di un oculista tra i primi ad essere contagiato, risulterà immune dalla cecità e si metterà a disposizione di tutti gli altri per cercare di salvare oltre che le loro vite anche la loro e la propria dignità.

 

DA NOTARE

Cecità è un libro spiazzante e scomodo; disturba perché interpella e, a dispetto del titolo, costringe a vedere aspetti della natura umana che volentieri eviteremmo di guardare. “Volevo raccontare la difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è in un certo senso la privazione della ragione […]. Quello che racconto in questo libro sta succedendo in qualunque parte del mondo in questo momento.Sono parole di Saramago che ci danno la misura del suo intento letterario. Anche le scelte linguistiche e la forma narrativa di cui l’autore si avvale sembrano tese a ottenere lo stesso scopo: mettere in difficoltà il lettore. La prosa è un flusso di parole dove la voce narrante e i dialoghi dei protagonisti si mescolano senza che particolari segni di interpunzione o di a capo ne scandiscano l’alternarsi. Anche soltanto aprendo a caso il libro e guardandone le pagine, si noterà come il testo così fitto e compatto susciti una sensazione di asfissia. È una lettura impegnativa, ma non difficile, perché l’autore è talmente padrone del proprio stile da non generare ambiguità di senso.

Nella prosa di Saramago niente è lasciato al caso. Anche le prime parole dell’incipit hanno una funzione che va al di là del loro significato: l’autore sta per parlare di un’epidemia che toglierà la vista ad un’intera nazione e nelle prime quattro/cinque righe del romanzo inserisce ben cinque notazioni di colore: il disco giallo e poi rosso del semaforo, la sagoma dell’omino verde del segnale pedonale, le strisce pedonali bianche dipinte sull’asfalto nero. L’insistenza su quei particolari che solo la vista può cogliere sembra enfatizzare il dramma imminente di coloro che nel breve la perderanno.

Saramago si serve di tutti gli strumenti che la scrittura gli mette a disposizione per trasmettere il significato della storia.

INCIPIT

Il disco giallo si illuminò. Due delle automobili in testa accelerarono prima che apparisse il rosso. Nel segnale pedonale comparve la sagoma dell’omino verde. La gente in attesa cominciò ad attraversare la strada camminando sulle strisce bianche dipinte sul nero asfalto, non c’è niente che assomigli meno a una zebra, eppure le chiamano così. Gli automobilisti, impazienti, con il piede sul pedale della frizione, tenevano le macchine in tensione, avanzando, indietreggiando, come cavalli nervosi che sentono arrivare nell’aria la frustata.

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