Crepitio di stelle

Ci sono romanzi in cui l’autore mette le parole al servizio della storia che vuole raccontare e poi ce ne sono altri in cui, invece, la storia sembra non esserci, ma le parole hanno forza di per sé. Servono a dare voce alla memoria, a trovare un nesso fra i ricordi. È questo il caso di Crepitio di stelle di Jón Kalman Stefánsson.

 

L’AUTORE

Jón Kalman Stefánsson, nato a Reykiavík nel 1963, è uno dei più apprezzati scrittori islandesi del panorama letterario contemporaneo. Insegnante di scuola superiore, autore di articoli per il giornale islandese e poi anche bibliotecario, nel 2005 vince il Premio Letterario Islandese con Luce d’estate: ed è subito notte. Seguono poi altri riconoscimenti importanti e, nel 2017, la candidatura al Premio Nobel per la letteratura. Nella sua produzione trovano posto anche alcune raccolte di poesie. Il romanzo Crepitio di stelle è uscito nel 2003, ma è stato tradotto in italiano soltanto nel 2020.

 

LA TRAMA

Un uomo ormai quarantenne, tornato nei luoghi della propria infanzia, rivive i ricordi di bambino ai quali intreccia ciò che sa o gli è stato raccontato della vita dei genitori e dei bisnonni. Il padre muratore, la morte prematura della mamma, quando lui aveva appena sette anni, la comparsa improvvisa di una “matrigna” al suo fianco, la storia del bisnonno irrequieto, pieno di risorse e di debolezze e di sua moglie, amore della sua vita, a cui tra fughe e ritorni, è sempre rimasto legato. E poi i compagni di gioco, i negozi del quartiere, i bulletti che gli hanno reso difficili le giornate. Un dipinto della memoria dove una vera trama non c’è, se non l’intreccio di vite diverse che hanno concorso a formare quella dell’autore che racconta in prima persona.

 

DA NOTARE

Quando si scrive un romanzo bisogna decidere fin da subito il punto di vista e la voce con cui lo si vuole narrare. In Crepitio di stelle il punto di vista è interno alla vicenda e la voce è quella del protagonista che racconta in prima persona. Scelta non nuova, specie per i testi in cui la componente autobiografica e del ricordo è molto forte. Qui però l’autore passa con disinvoltura dalla sua voce di bambino di appena sette anni a quella di uomo quarantenne senza sobbalzi né stonature. I due diversi toni narrativi non si disturbano anzi si completano a vicenda, con la stessa autentica credibilità: insieme danno spessore agli episodi, ai paesaggi e ai personaggi che rievocano. Il linguaggio è intriso di lirismo, a partire dal titolo. Non stupisce che Stefánsson sia anche poeta.

 

INCIPIT

Abito in un condominio che si trova nella città di Reykjavík ed è l’ultimo di quattro palazzi tutti uguali. Il mio appartamento è quello del primo piano a sinistra, al numero 54, tre stanze più uno stanzino senza finestra, un balcone e una cantina. Davanti al condominio c’è un parcheggio e chi si affaccia alla finestra della nostra camera verso sera o magari la domenica può vedere dall’alto la Trabant con il tetto rosso. Sul sedile davanti c’è una cazzuola. Di fronte al condominio c’è un grande edificio a due piani. Al pianterreno ci sono la lavanderia Björg, una libreria e un barbiere con delle vetrine enormi che arrivano fino all’angolo. Nelle giornate tiepide d’estate il barbiere, che è pelato, si piazza sulla porta, e se dimentico di dirgli buongiorno mi tira uno scappellotto con il giornale arrotolato.

 

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