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Arriva un momento, in chi pratica la scrittura con assiduità, in cui si ha la sensazione di aver oltrepassato il confine della semplice passione e di essere entrati nel mondo di chi se ne occupa sul serio, a tutti gli effetti.

A volte questo sentore coincide con la pubblicazione di un libro, altre volte con un buon piazzamento in un concorso letterario, altre ancora con una piega inaspettata della vita che offre l’opportunità di trasformare un’attitudine in progetto.

In ogni caso, quando dopo la rincorsa arriva il salto, asticella e aspettative si alzano.

Ci si sente più responsabili di cosa e di come si scrive. Diventa necessario formarsi, approfondire, leggere di più e con maggiore senso critico. Comincia il grande lavoro con le parole che non devono più essere solo corrette, ma anche pregnanti, inedite e soprattutto nostre.

Si inizia con il cercarle nei romanzi degli altri, negli scrittori che più ci piacciono e meritano davvero questo titolo, esponenti di spicco di quella categoria di cui anche noi vorremmo fare parte con la stessa autorevolezza.

La scrittura si nutre di letteratura. Lì ci sono tutte le parole che le servono.

Sbagliato.       

La scrittura è onnivora: si arricchisce e migliora quanto più varie sono le contaminazioni con linguaggi anche molto diversi tra loro e da lei.

La musica, l’arte, la scienza, la religione, lo sport, la politica sono contesti differenti che si connotano attraverso un gergo specifico, sono affezionati più ad alcune parole che ad altre o attribuiscono alle stesse un significato loro proprio.

Per Luigi Pirandello questo rappresentava un problema anche tra le persone, il presupposto dell’incomunicabilità: se non ci intendiamo sul significato dei termini che hanno la stessa forma grafica, non potremo capirci mai davvero quando parliamo.

Ma se proviamo a rovesciare la prospettiva e vediamo in questa pluralità di accezioni una ricchezza invece di un limite, allora ogni esperienza, ogni incontro, ogni momento della vita potrà arricchire il nostro mondo di significati, oltre che noi stessi.

Imparo altre parole quando vado a teatro e non perché ne senta di nuove, ma perché il teatro me le offre nella veste e nella forma che a lui solo appartengono: la drammatizzazione di un testo, in musica piuttosto che in prosa, trasmette parole mutuate dal suono e dal gesto e a me arrivano come se fossero diverse.

Anche il comico, quando è intelligente, regala spunti verbali interessanti. Ho assistito da poco, al teatro Coccia di Novara, al pirotecnico monologo di Alessandro Bergonzoni, il cui titolo da solo è già tutto un programma: Trascendi e sali.

Un’ora e mezza di giochi di parole gustosi, travolgenti, raffinati, che scardinano gli assetti dei vocaboli e ne costruiscono di nuovi. Fin dalle prime battute risulta chiaro che se si vuole seguire Bergonzoni là dove ci vuole portare bisogna non dare per scontato quello che dice, perché quello che dice non è scontato. Occorrono una soglia di attenzione molto alta e grande senso del meraviglioso per poterne godere, ma se si accetta di stare al gioco ci si divertirà davvero, nel senso letterale del verbo devertere di volgere altrove.

Mi è capitato lo stesso alcuni mesi fa quando, per approfondire un tema utile alla stesura di un  testo, mi procurai il libro Musicofilia di Oliver Sacks. Si tratta di una raccolta di ventinove saggi del famoso neurologo britannico, scomparso nel 2015, ricordato anche per aver scritto nel 1974 Risvegli, da cui è stato tratto l’omonimo film con Robin Williams e Robert De Niro.

Dalla lettura di Musicofilia mi aspettavo di ricavare un’utilità pratica, informazioni di natura tecnica, conoscenze scientifiche su temi lontani dalla mia formazione. I saggi infatti analizzano il rapporto tra mente e musica riportando, come esempio, alcuni casi di pazienti con disturbi neurologici seguiti dallo stesso Sacks.

E invece ho ottenuto molto di più, ho visto come una storia possa essere raccontata da un medico, ho capito che le sue parole non sono le mie, perché diverso è il lato da cui io e lui le guardiamo. Certo l’abilità narrativa dell’autore, in questo caso, ha giocato un ruolo essenziale a rendere gradevole la lettura, ma il punto è un altro: a fronte dello stesso oggetto le prospettive cambiano in base al soggetto che ne parla.

Le parole sono dappertutto e hanno voglia di raccontarsi, allora prima di scrivere stiamo attenti perché, come diceva il buon Enzo Jannacci:

Per fare certe cose, ci vuole orecchio!