Fiore di roccia

“Non è vero che le donne non sono mai scese in battaglia. Semplicemente, l’uomo le ha dimenticate”. Così pensa Agata Primus: protagonista del romanzo di Ilaria Tuti. E ha ragione. Nel corso della Prima guerra mondiale, sul fronte della Carnia, il contributo delle donne fu determinante per la sopravvivenza degli alpini dislocati in quella zona. Furono chiamate le Portatrici.

 

L’AUTRICE

Ilaria Tuti vive a Gemona del Friuli, in provincia di Udine. Appassionata di pittura, nel tempo libero ha fatto l’illustratrice per una piccola casa editrice. Il thriller Fiori sopra l’inferno, edito da Longanesi nel 2018, è il suo libro d’esordio. Il secondo romanzo, Ninfa dormiente, è del 2019. Con Fiore di roccia (2020) Ilaria Tuti celebra un vero e proprio atto d’amore per le sue montagne.

LA TRAMA

Un romanzo che offre all’attenzione del grande pubblico, la storia poco nota delle Portatrici Carniche. Queste donne, con qualsiasi clima, di giorno e di notte, hanno stivato nelle loro gerle viveri, munizioni e medicamenti destinati ai soldati, per un peso medio di 30-40 kg. Senza di loro l’esito della guerra avrebbe potuto essere molto diverso. Il personaggio di Lucia, ispirato a Maria Plozner Mentil, madre di quattro figli, è la figura più rappresentativa di questo esercito dimenticato. Fu uccisa da un cecchino austriaco il 15 febbraio 1916. I ricordi di Agata Primus, ci forniscono l’occasione di conoscere un frammento della nostra storia in cui sono rappresentati tutti gli aspetti della vicenda umana.

 

DA NOTARE

Questo testo ha la forza di una storia vera. L’autrice dà al lettore la possibilità di vedere gli avvenimenti attraverso lo sguardo della protagonista. I personaggi sono vivi come il bosco e le montagne: se ne colgono con chiarezza sentimenti e sensazioni. Grazie a una descrizione, sintetica ma precisa, di ciò che la protagonista vive e prova, pare di vedere le piaghe, prodotte dal peso delle gerle, sulle spalle delle portatrici. Si avvertono il dolore, la paura ma anche il coraggio, i rari momenti di gioia e speranza.

Il racconto in prima persona coinvolge il lettore e rappresenta uno dei punti di forza della narrazione.

L’autrice fa ricorso spesso alle espressioni dialettali, che infila nei dialoghi, ottenendo un effetto di immediatezza e autenticità. Ma non tutto è affidato al racconto, a volte le pieghe più nascoste dell’anima dei personaggi emergono dal non detto o dai loro gesti.

 

INCIPIT

Maggio 1976

Affondò le rughe delle mani in quelle della terra, in un gesto che racchiudeva la tenerezza del ritorno alle origini, il cercare le radici sul fondo umido, annodarle alle dita e tirare a sé quanto era rimasto, in una parte di mondo che si era fatta breccia dalla valle fino alle vette.
La Carnia aveva tremato, il Friuli si era squarciato e sanguinava nel silenzio di polvere. L’Orcolat, lo avevano già ribattezzato i figli della terra schiantata in macerie: l’orco che secondo la leggenda viveva i quei recessi di pietra si era risvegliato, scrollandosi di dosso l’umanità.

Si ringrazia per la collaborazione a questa recensione Eleonora Zaffino.

 

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