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Che cosa volevi fare da grande, quand’eri bambino?

Fece questa domanda senza voltarsi, guardava i campi appena arati attraverso il finestrino. Scalai di marcia per arrestare l’auto al semaforo.

Il meccanico. – Dissi.

Quella sera cenammo in un villaggio di pescatori, in Friuli. Una splendida serata in compagnia di amici. Di ritorno verso casa non pensai ad altro: qual era il mio sogno da bambino? Quella del meccanico era una fantasia nata un giorno che accompagnai mio padre da un lontano parente che aveva una officina, ero affascinato dalle sue mani sporche di grasso che smontavano e rimontavano quello che doveva essere un carburatore, ma non ne sono sicuro.

Tuttavia non era quello il mio sogno, non quello di fare il meccanico. C’era altro appeso nella regnatela dei ricordi, qualcosa che faticava a venire a galla.

Stavo per addormentarmi quando un lampo illuminò una stanza del passato. Mi voltai verso il lato opposto del letto, le toccai la spalla, lei alzò il viso dal cuscino:

Il giornalista, volevo fare il giornalista.

Sorrise. Chiuse di nuovo gli occhi e tornò a dormire.

Il desiderio di fare della scrittura il mio lavoro da grande, quello che l’anima riconobbe presto, venne interrotto dalla mia professoressa di italiano quando avevo tredici anni, in terza media. Mi accusò di aver copiato un racconto sul carnevale.

Troppo bello per essere farina del tuo sacco, – disse davanti a tutta la classe quando finii di leggerlo.

Provai imbarazzo e vergogna per essere accusato di una cosa che non avevo commesso.

A quel ricordo, faticai a prendere sonno.

Nel libro il Codice dell’anima, nel capitolo la Teoria della ghianda: James Hillman racconta un aneddoto su Yehudi Menuhin, famoso violinista del XX secolo.

All’età di tre anni, Yehudi chiese ai genitori che gli regalassero, per il suo compleanno, un violino come quello del maestro Persinger. Un amico di famiglia regalò a Yehudi un violino giocattolo di metallo. Appena Menuhin vide l’oggetto, scoppiò in singhiozzi e scaraventò con tutte la forza che aveva il giocattolo in terra, e non volle vederlo mai più.

A tre anni le braccia di Yehudi erano troppe corte, e le dita non avevano l’estensione sufficiente per un violino grande, ma la sua Visione lo era per poter contenere la musica che aveva in testa. Doveva avere il violino immaginato, perché Menuhin sapeva, istintivamente, che suonare voleva dire essere.

Scrivere vuole dire essere.

Credo che ogni bambino manifesti sempre la propria identità, la propria natura; osservandolo possiamo farci un’idea di che cosa lo attragga.

In età adulta la scintilla dell’anima in molti casi si raffredda, perde la sua lucentezza. Di solito è solo un appannamento: la fiamma non si spegne mai del tutto. Il fuoco torna a trovarci, non ci abbandona mai.

Attraverso i ricordi dell’infanzia possiamo tornare a dialogare con noi stessi, evitando di non ascoltare quel richiamo primordiale che porta nuova linfa, nuove energie a qualsiasi età.

Dunque è questo che chiamiamo vocazione: la cosa che fai con gioia, come se avessi il fuoco nel cuore e il diavolo in corpo?” scrive Josephine Baker

Se un desiderio torna nel tempo, forse è il caso di dargli la possibilità di rivelarsi, affinché porti nuova luce nella nostra esistenza, al nostro essere profondo.