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– Ma non dovete fare acquisti in vista dell’inizio della scuola? – chiedo alle mie figlie liceali.

Sguardi interrogativi.

– Tipo?

– Beh, tipo i quaderni, un astuccio nuovo, che fa sempre inizio di cose nuove.

Sguardi incerti.

– Ma nemmeno il diario?

– Ah, no, quello no. Sai, con il registro elettronico abbiamo anche i compiti on line. Del diario non ce ne facciamo niente, è roba da elementari.

Sguardo attonito. Il mio.

Ma come sarebbe a dire che il diario non serve più? Com’ è possibile anche solo pensare di fare a meno di quel prezioso compagno di tutto un anno scolastico?

Lo so, sono rimasta ancorata al passato, non mi sono modernizzata. Per quanto computer e smartphone siano parte integrante del mio lavoro e della mia vita, sono ancora una di quelle che non può fare a meno della propria agenda di carta.

Se già faccio fatica ad immaginare una lista di appuntamenti che non sia rigorosamente scritta a mano, l’idea che la parola “diario” non faccia tutt’uno con “scuola” mi getta nello sconforto. Perché per me il primo giorno di lezione è sempre – dico sempre – stato preceduto dal rito dell’acquisto del diario.

Quelli delle medie erano determinati dalla passione sfrenata per Snoopy & Friends (a proposito, che fine hanno fatto i Peanuts?), quelli del liceo non potevano non tener conto della moda più potente degli anni ’80: un’agenda di cui, per non fare pubblicità, non dico il nome, ma che è stata il simbolo cartaceo di tutta una generazione, il contenitore di vite di adolescenti in fiore. Se il diario di terza media si concludeva con la raccolta di rito delle famose dediche dei compagni di classe del tipo “come la barca lascia la scia, io ti lascio la firma mia”, già quello di prima liceo si apriva con appunti sparsi dei primi collettivi studenteschi (bisognava pur dimostrare e dimostrarsi di essere diventati grandi, no?) ed era costellato di collage fatti dai biglietti della metro usati per andare alle prime manifestazioni e dalla raccolta di carte e cartuccelle varie, reperti di merende e pizzate.

Ogni anno il diario era compagno e testimone di pensieri, mode, evoluzioni, gusti, passioni.

Quello di terza, per esempio, era praticamente tutto dedicato al basket, lo sport seguito e praticato. Quasi ogni pagina della domenica era occupata dalla fotografia fatta all’uscita del Palalido al mio idolo, Dino Meneghin. “Milano è bella e Dino Menghin è la sua stella”, era la frase che scrivevo con caratteri vari e policromi sotto alle sue foto. Non so chi ne fosse l’autore, ma mi sembrava bella e appropriata (i gusti e la profondità poetica erano ancora tutti da affinare).

Non mancavano nemmeno i ritagli del giornale locale dedicato al fidanzatino di turno che militava già in una squadra di serie D e che, bisogna dirlo, era proprio dotato per il pallone arancione e il canestro. Peccato che qualche anno dopo abbia deciso di abbandonare tutto e diventare agente immobiliare.

Il diario del quarto anno, invece, portava con sé, pagina dopo pagina, i segni della graduale crescita. Alle righe di mio pugno seguivano sempre i commenti e i consigli di compagni e amici. Si stava maturando per davvero, con tutto il bagaglio di domande, speranze e, a volte, sofferenze che ogni tappa della vita porta con sé.

E infine, lei, l’agenda dell’ultimo anno, quello più importante, quello più intenso. Quello in cui la parola “amore” aveva per la prima volta un nome e un’identità precisa, in cui “impegno” era accompagnato da una concreta partecipazione alla vita della scuola e della società, in cui le strofe di poesie e di canzoni non erano altro che trasposizioni perfette delle proprie emozioni e dei propri sentimenti.

Foto, tante foto: di classe, di giornate sulla neve, delle prime vacanzine fra amici. E poi tutti i progetti sul futuro, le ipotesi sulle tappe di quell’Interrail il cui sogno e programmazione hanno occupato ore infinite, anche di lezione. Infine le ultime pagine, la cui data andava ben oltre quella dell’orale di maturità, piene di “Per sempre insieme” e “5E forever”.

Le ultime righe di un romanzo durato cinque anni e che, nonostante le fatiche, non avremmo mai voluto smettere di leggere e di scrivere.

Agenda 1986, sulla copertina un’immagine fotocopiata degli U2 e un adesivo di Mordillo (anche lui, dov’è finito?).

Certo, su quelle pagine quadrettate c’erano anche i compiti, regolarmente accompagnati da commenti più o meno entusiasti, ma c’era soprattutto la vita. La mia vita. Che oggi, dopo tanti anni, tanti traslochi, tanti cambiamenti posso ancora leggere. Perché i miei diari di scuola li ho sempre conservati come un cimelio. Ma, in fondo, cosa c’è di più importante dei ricordi?

– Capite perché mi sembra inconcepibile che voi non vogliate comprarvi il diario?

– Mamma, te lo abbiamo già detto, c’è il registro elettronico. Poi, per il resto, abbiamo Instagram, no?

Già, me ne ero dimenticata.

 

P.S. Mi sono comprata per me un diario dei “5 anni”. Così, tanto per cambiare.

 P.P.S. – Mamma, posso comprarmi un altro diario? Quello della scuola non mi piace – mi ha chiesto il mio piccoletto che va in quinta elementare.

– Ma sei obbligato a usarlo.

– Se tu me ne compri un altro, uno lo uso per la scuola e l’altro per i miei pensieri.

– Sì!

– Hai detto di sì così, al primo colpo? Wow, non succede quasi mai.

 

 

Foto di strombetta92 da Pixabay