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Il primo diario

Sulla copertina di carta telata campeggiava una bambolina Holly Hobbie. Aveva un vestito bellissimo, così bello che avevo obbligato mamma a farmene uno uguale. E poi aveva un piccolo lucchetto al quale erano attaccate due piccole chiavi dalla forma antica. Erano mesi che sognavo di averlo, ma nella mia famiglia le cose, anche quelle più piccole, non si potevano avere subito. Come diceva papà “bisognava desiderarle”. Dio solo lo sa quanto lo avevo desiderato!

Era stato un regalo per la prima comunione, forse quello che più ho amato, insieme al libro di Pollyanna.

Sento ancora nei polpastrelli lo spessore della carta, la grana della copertina. Ho nelle narici il profumo della carta e negli occhi la sensazione delle lacrime che non riuscivo a trattenere per la gioia. Anche se a casa la carta abbondava, fosse essa sotto forma di libri, di quaderni o di fogli da disegno, era proprio lui quello che io desideravo: il mio primo diario.

Con lui ho provato per la prima volta l’angoscia della pagina vuota. Non potevo scrivere qualcosa di banale, non io che avevo deciso, in terza elementare, che le parole sarebbero state il mio mestiere. Ripassavo nella mente le prime pagine dei diari delle mie compagne di scuola. Quello di Sabrina, la più creativa di tutte che, per togliersi d’impiccio, aveva deciso di non scrivere niente e aveva fatto un bellissimo disegno. Gabriella, aveva trascritto la formazione del Milan di cui suo padre era tifosissimo mentre Loredana, la più brava della classe, aveva fatto, con la sua calligrafia perfetta, un resoconto dettagliato della sua festa di compleanno e dei regali che aveva ricevuto, diario compreso.

E io, cosa potevo scrivere? Dovevo stare attenta a non fare errori. Grammatica e sintassi non erano un problema, ma la calligrafia, quella sì che mi metteva sempre un po’ in crisi. Il bianchetto non era ancora stato inventato e la parte blu delle gomme da cancellare, quella che avrebbe dovuto rimediare agli errori della penna Bic, nove volte su dieci provocava dei buchi tremendi nella pagina. Ho fatto prove di scrittura su decine di foglietti, completamente assorbita dalla forma più che dalla sostanza. E ogni volta ho provato una profonda delusione perché, mannaggia, non riuscivo a scrivere come volevo: non ero ordinata come Loredana, non mi venivano le lettere come a Gabriella e non sapevo disegnare come Sabrina.

Ho fatto passare tanti giorni, lo ricordo bene, prima di riuscire a mettere blu su bianco le prime righe. Ho riflettuto, dubitato, accarezzato e annusato le pagine alla ricerca dell’ispirazione. E poi una sera, seduta per terra sul balconcino della mia camera, ho cominciato a scrivere.

“ Caro diario,

Ci ho messo tanti giorni a cominciarti perché non sapevo bene cosa scrivere.

Ho desiderato così tanto averti che mi sono sentita un po’ in imbarazzo, come quando la mamma fa i ravioli con la ricotta che mi piacciono così tanto che non ho il coraggio di cominciare a mangiarli.

Siccome non sono sicura di scrivere tutti i giorni di quello che faccio, ho deciso che a te affido i miei pensieri più personali e segreti, tanto hai un lucchetto e ce li posso chiudere dentro. Spero che non ti dispiaccia. Io non ti farò mai leggere alle mie compagne e ti terrò sempre con me. Quando finirai comprerò un altro diario, ma non so ancora come perché tu se il mio preferito.”.

La pagina era piena di imperfezioni e sbavature. Per rimediare a un buco fatto con la gomma avevo addirittura fatto il trasferello di un fiore. Non era di certo una bella pagina, ma mi assomigliava tantissimo.

Così è cominciato un esercizio che dura da quarantadue anni, un’abitudine costante ad affidare alle pagine bianche riflessioni, sentimenti e sensazioni. Una sorta di scrigno nel quale, anno dopo anno, ho racchiuso tutta la mia vita. Le gioie e i dolori, gli amori, le amicizie, la scuola, l’università, il lavoro, i figli, le soddisfazioni, le delusioni, i viaggi, le esperienze positive e quelle negative. Un tesoro che mi ha sempre aiutato a leggermi dentro attraverso le mie stesse parole.

Quello è stato il mio inizio, ma si sa, abbiamo tutti la tendenza a consigliare a chi ci sta a cuore di ripercorrere i nostri i nostri stessi passi. Per questo, ogni volta che un bambino o una bambina mi chiede come ho cominciato e cosa bisogna fare per diventare scrittori, io consiglio di farsi regalare un quaderno e di trasformarlo nel proprio confidente, nel raccoglitore delle proprie storie. Non sono per niente originale, lo so. La storia della letteratura è piena di splendide pagine di diario di scrittori straordinari, ma sono convinta che questa possa essere una buona porta d’ingresso nel mondo delle parole e, soprattutto, una meravigliosa “sfera di cristallo” per conoscere se stessi.

PS: Anche se ho una buona memoria, non avrei mai potuto trascrivere con esattezza quanto contenuto nella prima pagina del mio primo diario se non lo avessi ancora con me, custodito in uno scatolone insieme a decine di altri. La copertina non c’è più e le pagine hanno subito il passaggio degli anni, ma le mie parole, scritte con quella buffa grafia, accompagnate da macchie, cancellature e trasferello sono ancora lì, a ricordarmi la bambina che ero e che, ancora oggi, continua a essere fonte d’ispirazione di tante righe.