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Qualche giorno fa ho aperto la valigetta di tessuto scozzese che contiene buona parte delle foto di famiglia. È passata di casa in casa per finire, in ultimo, da me. Non esiste un ordine: centinaia di immagini di carta (ah, i bei tempi in cui si stampavano le foto!) attraversano quasi un secolo di vita famigliare e, non senza suscitare risate, commenti o lacrime, riportano alla memoria visi e luoghi cari.

Ogni volta che mi dedico a questo rito domestico, le immagini che attirano la mia attenzione sono diverse: ora i nonni, ora i miei genitori, ora i compagni di classe.

Questa volta la foto che mi ha fatto emozionare è quella che ritrae due bambine, una travestita da uomo elegante, con tanto di bocchino e sigaretta di cioccolato e l’altra con un abito da sera corredato da doppio filo lungo di perle. Le due ballano un valzer o forse un tango. Sullo sfondo un divano su cui siedono, visibilmente divertite, le mamme delle due attrici in erba.

Purtroppo non esistono altre foto di quello “spettacolo, perse nel tempo o attaccate sulle meravigliose Smemorande che hanno accompagnato tutti i miei anni di medie e liceo. Spettacolo, sì, perché era quello il nostro progetto, la nostra ambizione: riuscire a portare sulla scena ristretta, allestita nella camera del mio fratello maggiore (l’unica fornita di un giradischi!), gli spettacoli scritti da me.

Si trattava quasi sempre di storie d’amore in cui un principe bello e intelligente (io!) si innamorava di una splendida ragazza di umili origini, ma piena di doti morali e artistiche (la mia amica Barbara). A volte inserivamo anche il personaggio della sorellastra cattiva e guastafeste, obbligate dalle mamme che intercedevamo per la sorella minore di Barbara.

Di recitare a soggetto proprio non se ne parlava: ogni spettacolo era la fedelissima riproduzione di un copione scritto a mano e diligentemente illustrato. Era meraviglioso insegnare alle mie amiche a ripetere e interpretare le battute che con tanta passione avevo immaginato e scritto. Le parole che lei, loro, recitavano le sentivo risuonare dentro di me, nella testa e nel cuore: erano le mie parole e adoravo sentirle pronunciate da altri e rivolgerle alle persone che più amavo e che riempivano il mio mondo di bambina.

La scelta delle musiche si basava alternativamente sulle canzoni del festival di San Remo, quelle in classifica nella Hit Parade trasmessa da Radio RAI il sabato o stampate su Sorrisi e Canzoni TV, la vera “Bibbia” di noi amanti dello spettacolo, proibitissima in casa mia ma regolarmente acquistata dalla giovane mamma della mia amica.

Il risultato? La messa in scena di una quantità mostruosa di spettacoli degna di un cartellone di Broadway che le nostre mamme erano obbligate a vedere e applaudire.

Ho inserito quella foto fra le pagine del mio diario di oggi, di quella me adulta che non smette mai di avere conferma del fatto che tutto quello che mi caratterizza umanamente e professionalmente ha piantato radici, profonde, a fittone, nella mia infanzia.

Cosa faccio oggi?

Alterno il mio lavoro dedicato ai bambini e all’arte con il teatro. Scrivo spettacoli e li dirigo. Immagino storie e le affido ad attori, cantanti e ballerini. Vivo sulla mia pelle la magia dello stare dietro le quinte e sentire vivere le frasi uscite dal mio cuore e dalla mia penna. Provo gioia o dolore, rido o piango quando le parole, le mie parole, acquistano una voce e da mie diventano di chi le interpreta e di chi le ascolta.

Se di tutti gli spettacoli della mia infanzia mi rimane solo una fotografia di quelli degli ultimi anni ne ho moltissime: delle scene, dei singoli attori, delle grandi coreografie, dei cori. Io non ci sono quasi mai, non amo farmi fotografare, non amo la ribalta. La mia gioia, la mia soddisfazione stanno tutte nel suono vibrante delle frasi, nelle emozioni che riesco a condividere, nella concretezza che i segni scritti riescono ad assumere.

La voce delle parole, ecco.

Allora come oggi.

 

Photo by Julie Johnson on Unsplash