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Vorrei invitarvi a guardare alla scrittura con un occhio nuovo, a cui forse non siete abituati. Un punto di vista che si concentra sul segno, sulla linea che lasciamo al nostro passaggio quando scriviamo a mano e sui segreti che l’uno e l’altra racchiudono.

Sono una calligrafa, una studiosa dell’anatomia delle lettere.

Oggi ho scritto una frase su un foglio di carta, con la matita, una frase che mi rappresenta: nulla dies sine linea.

Ho scelto di tracciarla in modo che le lettere danzino, che entrino dal margine sinistro ed escano da quello destro del foglio. Volevo esprimere la continuità del tempo, quel nessun giorno senza espresso dalla frase.

Ho tracciato una linea che mi somiglia, l’ho creata d’istinto.

Ma se io parlo di linea, la prima immagine che forse vi verrà in mente non è quella che ho tracciato io a mano sul mio foglio, ma quella che siete soliti vedere sul monitor del computer nei vostri file di lavoro, nelle vostre tabelle. In effetti è il tipo di linea che costituisce oggi la normalità.

Appena ne avete occasione, osservatela: è perfetta, di uguale spessore, diritta e parallela ai lati del foglio elettronico.

Cosa ricorda graficamente? Si può forse dire che somigli ad un encefalogramma piatto? In effetti c’è del vero, perché è stata rappresentata da una macchina senza vita, che ha lo scopo di eliminare le nostre imperfezioni, la nostra umanità e di fare da filtro con l’intenzione di migliorarci.

Alla luce di questa riflessione e dopo aver più volte sottoposto i miei studenti allo stesso test, mi domando se per caso le persone abbiano perso l’istinto a immaginare e ritengano sia ancora normale tracciare una linea senza il supporto tecnologico. Alcune sensazioni si dimenticano se non vengono stimolate, certe sensibilità si perdono se non vengono esercitate: il piacere di lasciare una traccia, magari imperfetta, mediamente disciplinata ma espressiva e in grado non solo di rappresentare e di comunicare un messaggio, ma di rivelarsi come nostra è qualcosa che solo la scrittura a mano può regalare.

Perché la vostra traccia respira, lo sapete?

I calligrafi ne sono convinti, lo vivono, lo esperimentano ogni giorno.

Fate una prova: cosa succede se la linea in questione è tracciata con una matita? O con una biro, di quelle che usavate a scuola, non cancellabili, oppure ancora con una penna stilografica? Lo strumento cambia, è più o meno morbido, viene abbracciato dalla mano ma sostenuto da tre dita soltanto, e così ne diventa un agile prolungamento e potrete constatare che la vostra traccia registra una vibrazione. È più spessa in alcuni punti perché si è potuta esercitare una forza che lo strumento non è stato in grado di annullare, anzi, ha enfatizzato. Si è creato, tramite la mano, un rapporto più profondo tra voi e la carta, il tratto ha percepito il vostro cuore che batte, la vita che scorre dentro il vostro corpo.

Un corpo che adesso, ve ne sarete accorti, ha partecipato al gesto.

Sembra un esercizio fine a se stesso, inutile, faticoso, riservato solo agli addetti ai lavori.

Credo invece che anche oggi il nostro segno sia presente e necessario e continui, come ha sempre fatto, ad alimentare la nostra mente. La aiuta a funzionare meglio, concorre perfino a definire chi siamo: la linea che diventa lettera e quindi parola e poi costruzione e comunicazione del nostro pensiero è ancora mezzo di espressione efficace nella società digitale.

Conserva la memoria, ci fa accorgere di un corpo pulsante e vivente, del tempo che scorre.

Ci ricorda che siamo ancora umani.

Facciamo caso alla nostra traccia, conserviamola. Appena possiamo usiamola per comunicare con le persone. Con il tempo ci ringrazieranno, ne sentiranno il calore e verrà a loro volta il desiderio di scrivere a mano, per avvertire e far avvertire agli altri la stessa piacevole sensazione.

Non è una pratica vecchia e superata, si può affiancare alla nostra “vita digitale”, ci fa bene e ci fa sentire completi.

Benvenuti nel mio mondo.