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Aprii gli occhi prima del solito: fuori era buio, dalla strada non proveniva nessun rumore. Il sogno appena fatto avrebbe segnato la mia vita negli anni a venire. Di solito non ricordo i voli notturni del mio inconscio. Per non dimenticare presi un foglio e una matita, e iniziai a scrivere quello che avevo visto e sentito.

I libri e la scrittura mi hanno sempre affascinato, sin da bambino. Crescendo la vita mi ha portato in tutt’altra direzione, complice il fatto che nella casa dove sono cresciuto, di libri non ce ne sono mai stati.

Fino ai trentacinque anni leggevo due o tre libri l’anno, di solito in vacanza, fino a quando una sera arrabbiato per quello che stavo vedendo alla televisione, decisi di spegnerla per non riaccenderla più. Da quel momento, i libri sono diventati parte indissolubile della mia esistenza.

Come quando inizi a camminare mezzora la mattina, per poi un giorno allungare il passo e iniziare a correre: così, come logica conseguenza di anni di lettura, avvertivo la necessità di scrivere. Un’esigenza a cui per mesi, forse anni, non riuscii a dar seguito. Mi sedevo con la pagina bianca davanti senza scrivere nulla.

Fino a quella mattina.

Scrivendo, diedi ordine alle confuse immagini oniriche, fino ad avere la descrizione completa di un sogno che sentivo avere un messaggio importante.

Iniziai a scrivere ogni giorno, a volte poche righe sull’agenda di lavoro, altre su fogli improvvisati. Non seguivo uno schema. Mi affascinava l’atto in sé. Prendere una penna e un foglio di carta mi dava la possibilità di avere uno spazio, di stare con me stesso.

Nel libro La via dell’artista di Julia Cameron, che trovai su uno scaffale di una libreria è racchiuso un corso  di dodici settimane sulla creatività e l’espressione artistica: l’autrice consiglia di scrivere tre pagine ogni mattina.

Non fu facile riempire quei fogli bianchi, ma ben presto mi ritrovai un intero quaderno che parlava di me, della mia vita.

Ma era tutto vero? Solo mesi più tardi rileggendo quanto scritto, l’immagine che ne usciva era arricchita, impreziosita da fiocchi e merletti; me la stavo raccontando. Non avevo fatto i conti con quello che poi ho scoperto nel tempo: la scrittura non mente mai. Buttai tutto e iniziai da capo.

Gettare la maschera e scrivere onestamente, in alcuni frangenti fu doloroso. Scrivere abbatteva muri: scoprivo cose di me che non immaginavo, vulnerabile davanti a ricordi lontani rimossi dal tempo, cancellati dalla memoria. Le pagine del mattino si riempivano di una storia che stentavo a riconoscere mia, eppure, in alcuni momenti avevo l’impressione che la penna ne sapesse più di me.

La pratica della scrittura apre a nuove infinite possibilità, rivelando l’essenza di chi ne fa uso, sorprende con innumerevoli tesori riportando in superficie ricchezze nascoste. Elementi che ci aiutano ad avere una maggiore conoscenza di noi stessi, aprendoci al nuovo, oltre i confini del tempo.

Nel sogno venivo colpito da un fulmine. Se non avessi seguito l’istinto di prendere un foglio con una matita, forse, non avrei avuto la possibilità di comprendere il messaggio recapitatomi nel sonno. Messaggio che ha trasformato la mia vita, un cambio di direzione necessario, prima che fosse troppo tardi.