L’altra verità. Diario di una diversa
Ci sono scritture potenti che non hanno bisogno di essere costruite e vanno maneggiate con cura per arrivare con tutto il carico delle emozioni di cui sono intrise. Sono le scritture di pancia, che lasciano il posto all’urlo che le produce, perché è quello che deve passare. Le pagine autobiografiche sono spesso così, ma qui la loro forza è raddoppiata dalla levatura dell’autrice che ce le ha lasciate. Sto parlando di Alda Merini e del suo libro L’altra verità. Diario di una diversa.
L'AUTRICE
Alda Merini nasce a Milano nel 1931 e nella stessa città muore nel 2009. È considerata una delle voci poetiche più insigni del Novecento, tanto da meritarsi la candidatura al Premio Nobel per la letteratura da parte dell’Académie française nel 1996 e dal Pen Club italiano nel 2001. La sua vita però fu tutt’altro che facile. Se da una parte infatti il precoce talento lirico le ha riservato straordinari riconoscimenti, dall’altro le crisi nervose, dovute molto probabilmente ad un disturbo bipolare, l’hanno costretta a subire l’internamento nell’Ospedale psichiatrico “Paolo Pini” dal 1964 al 1972. L’esperienza sconcertante è confluita nei versi, dandole la forza di scrivere e pubblicare una delle sue raccolte di poesie più potenti: La Terra Santa, con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale. L’altra verità. Diario di una diversa del 1986 è il suo primo libro in prosa, in cui racconta gli anni bui dell’internamento e la sua caparbia fiducia nella vita e nell’amore.
LA TRAMA
Nelle pagine di questo diario l’autrice ripercorre il suo ricovero decennale in manicomio: il racconto della vita nella clinica psichiatrica, tra elettroshock e vere torture. Niente è taciuto, nulla edulcorato, ma il tono non conosce risentimento né spirito di rivalsa. La Merini è sicura di sé e delle proprie emozioni, sa di aver vissuto in un inferno, senza peraltro lasciarsene annientare. Si appella alla poesia e alla scrittura per testimoniare, ricordare, perdersi e ritrovarsi, perché, per dirla con le sue stesse parole: per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara.
DA NOTARE
Apre innumerevoli riflessioni questo diario di poco più di centocinquanta pagine. Ogni riga è intensa, vera, grondante vita. E amore.
Alda Merini non narra tutto e tutti, non inizia dalla nascita, non finisce con gli ultimi anni. Racconta uno spazio nel tempo tutto sommato circoscritto, il periodo passato in manicomio, che però ha segnato la sua vita e la sua poetica.
L’autobiografia non è una cronistoria, non ha bisogno, per assumere significato, di scandagliare in sequenza la vita del soggetto. Sono le esperienze e gli episodi che l’autore sente come essenziali a fornire il materiale da cui partire e a cui tornare. E Alda Merini fa proprio questo, alternando episodi non sempre consequenziali, ma lucidi ed efficaci perché autentici, in una prosa lirica che denota tutta la sua consacrazione alla poesia.
INCIPIT
Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più che una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio, tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare
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