Seleziona una pagina

Quando è cominciata la mia passione per le parole? A che periodo risale la curiosità per il segno grafico, quando ho compreso che  solo mettendo “nero su bianco” avrei potuto esprimere quello che avevo dentro?

Se mi pongo queste domande ritorno inevitabilmente a me bambina, alla mia casa dell’hinterland milanese, semplice, anzi modesta, se guardata con gli occhi di oggi, ma principesca se rivista con lo sguardo dell’infanzia. Non avevamo molto, è certo, ma la creatività senza limiti di mia madre e la presenza debordante di libri la rendeva per me e per i miei amici una specie di regno incantato. I miei giocattoli erano tutti contenuti in un piccolo cesto di vimini, ma la mia libreria era a più ripiani e, settimanalmente, veniva arricchita dall’arrivo di un nuovo volume. Era un rito iniziato quando ancora non sapevo leggere e proseguito fino alla fine delle scuole medie: ogni mercoledì si “scendeva” in centro e si andava in libreria.

Per diversi anni è stata la Libreria dei Ragazzi, mitica già negli anni ’70, dove ho scoperto Gianni Rodari e Mario lodi. Poi è diventata la Hoepli, una vera libreria da grandi, antro magico che mi ha iniziato a  libri più “impegnati”.

Era una vera gioia vedere crescere anno dopo anno la mia libreria personale; certo, era ben lontana da quella dei miei genitori o dei miei fratelli, ma era mia, solo mia. Lì dentro c’erano le mie parole, le mie sottolineature, i miei segnalibro, i miei fiori essiccati. Ma, soprattutto, c’erano i miei numi tutelari, i maestri che mi indicavano la strada della scrittura (una volta, in un compito in classe delle scuole medie ho scritto che la mia fonte d’ispirazione era Victor Hugo: la professoressa aveva scritto nel giudizio: “mitomane!”).

Perché insieme ai mie libri, quelle mensole di legno chiaro cominciavano a custodire anche i miei quaderni, pieni di parole singole all’inizio, di frasi e di storielle brevi poi e di veri e propri “romanzi” quando ero già più grandicella. Li lasciavo a contatto con le pagine dei miei autori preferiti i miei scritti, sperando che la vicinanza potesse portare anche a una sorta di “contaminazione”, di perfezionamento per osmosi.

Se leggevo “Cipì” mi mettevo subito a scrivere anch’io la storia di un uccellino. Se mi immergevo nelle “Favole al telefono”, mi lanciavo nella mia personale versione di “Favole al citofono”. E se ritornavo per la millesima volta su “Piccole donne”, ne scrivevo una versione casalinga in cui le sorelle erano sei, il padre faceva l’avvocato, il vicino di casa si chiamava Lorenzo e la guerra non c’era mai.

Le pagine scritte fitte, fitte, in uno stampatello incerto all’inizio e in un corsivo sempre più arzigogolato con il passare del tempo venivano attentamente trasformate in veri e propri libri grazie alla copertura dei quaderni con carte di recupero, che spaziavano da quelle dei regali natalizi alle pagine del Corriere della Sera. Per avere un riscontro di quanto elaborato e prodotto invitavo a casa i miei amichetti: in cambio del prestito di uno dei libri della mia biblioteca, si dovevano offrire come “volontari” per la lettura delle miei pagine. Non so quanto i complimenti che ricevevo fossero autentici o opportunamente confezionati per poter raggiungere lo scopo di portarsi a casa un libro vero. Per me, però, erano fondamentali: se le mie storie piacevano ai miei amici forse potevano piacere anche a tanti altri bambini. C’era un amichetto del cortile che spesso mi chiedeva di continuare a raccontargli il seguito della storia che avevo scritto e io lo adoravo, perché la sua richiesta era la conferma del fatto che avessi fatto un buon lavoro (solo diversi anni dopo ho scoperto che era dislessico e che la storia scritta non la leggeva nemmeno…).

Moltissimi dei libri della mia biblioteca si sono persi negli anni, tanti non sono mai tornati indietro dopo essere stati prestati, altri sono stati regalati ai nipoti nati quando io ero ancora adolescente, alcuni sono stati sottratti dal fratello maggiore, bibliofilo come me che ne ha rivendicato, mentendo, il diritto di proprietà. I quaderni, invece, li ho ritrovati quasi tutti, poco più di un anno fa. Erano rinchiusi in modo molto disordinato dentro a due scatoloni che giacevano nel fondo della cantina di mia mamma. Ho passato ore intere a rileggerli; alcune storie me le ricordavo perfettamente, altre mi hanno lasciata sorpresa per la fantasia infinita che avevo e per la facilità di costruire intrecci e personaggi. I luoghi, le situazioni, i dialoghi e le parole scelte riflettevano il mio mondo di riferimento, fatto di amici, condivisione, desideri, sogni, impegno. Mi sono ritrovata di fronte alle parole di una me stessa identica a quella che sono oggi, solo di “dimensioni” diverse, per la quale la scrittura era un modo meraviglioso, forse unico, per dare voce e forma a tutto quello che avevo dentro.

Ho rivisto le mie “parole bambine”, quelle che mi hanno sempre ispirata e definita, guidata e determinata: amico, insieme, gioco, libro, teatro, arte. Ero già tutta lì, in quelle mie storie che raccontavano di amici che inventavano giochi, costruivano teatri, facevano rivivere artisti e musicisti famosi, ma soprattutto vivevano e agivano insieme. Le mie “parole bambine” sono quelle che ancora oggi ritornano nei miei libri, nei miei articoli e che sono la base, la sostanza profonda della mia scrittura. E della mia vita. E se ben ci penso, poi, io sono proprio tutta lì: nel tentativo quotidiano di far tornare sempre alla luce, anzi sul foglio, la bambina che leggeva libri, scriveva storie e le condivideva con gli amici.

Quando è iniziata la passione per le parole, per il segno grafico?

Da sempre e continua a vivere con quella bambina che porto sempre dentro di me.