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L’anno scorso, per curiosità, mi sono iscritta ad un corso di lettura espressiva. Era comodo sia per sede che per orario. Era tenuto da persone che conosco e di cui apprezzo la professionalità. Era il momento giusto per me di affacciarmi ad un’esperienza del genere. Non ne sapevo niente, che è la condizione migliore per imparare qualsiasi cosa nuova. Pensavo di sedermi in seconda fila, ascoltare, prendere appunti, tutt’al più, dato l’oggetto del corso, provare una volta o due a leggere io stessa qualcosa ad alta voce davanti alla classe.

Punto.

E invece le sedie erano state disposte a semicerchio, non esistevano seconde e terze file, fin da subito ci è stato chiesto di svolgere in piedi un esercizio di respirazione diaframmatica, abbiamo pronunciato vocali allargando la bocca in maniera imbarazzante, abbiamo capito che almeno un quarto delle parole che usiamo tutti giorni con nonchalance le pronunciamo con l’accento sbagliato.

Però, che esordio.

In quel momento il mio ascolto è passato dalla modalità curiosa a quella attenta. Ho avuto la percezione che stessi per aprire una finestra su di un mondo fino ad allora a me sconosciuto, ma che mi avrebbe riservato interessanti sorprese. Poi a turno i due insegnanti del corso hanno letto qualche brano rispettando tutte le regole di dizione, respirando là dove andava fatto, cambiando il tono di voce in virtù dello stato d’animo che, desunto dal testo, volevano trasmetterci, usando corpo, viso e sguardo per interpretare le parole scritte.

Li guardavo e li ascoltavo inebetita.

Credo che sia stato lì che io abbia capito quanto connessa e importante fosse la lettura espressiva alla mia attività di scrittrice.

Già, perché se il prodotto di chi scrive è un testo “muto”, per arrivare a quel testo lo scrittore ha cercato le parole giuste, le ha sentite risuonare nella sua testa, le ha scelte in funzione della loro musicalità e del ritmo che ha voluto imprimere alle frasi. Ha svolto un lavoro silenzioso, ma che aspira a riecheggiare nella mente e nell’anima di chi lo leggerà.

Scrivere parole ha molto a che vedere con lo scrivere musica.

E così come l’aspirazione più grande per un compositore è quella di sentire eseguire la propria opera, l’emozione più grande per uno scrittore è sentire leggere il proprio testo. A patto però che, in entrambi i casi, venga fatto bene e nel rispetto dei segni e delle intenzioni che sono state impresse sulla pagina.

Il corso mi ha permesso di sbirciare appena, come da dietro un sipario, l’immenso panorama della lettura espressiva, delle regole di dizione che ne costituiscono il presupposto, dell’amore per ciò che si interpreta leggendo, che non deve mancare mai, della tecnica e del lavoro enorme a cui occorre sottoporre la propria voce, strumento tanto straordinario quanto fragile, per consentirle di rendere le più svariate sfumature di suono e di emozione. Ma mi ha anche suggerito, come scrittrice, di compiere un’azione che ormai per me è diventata abitudine, quella di registrarmi mentre rileggo ciò che ho scritto, per sentire se scorre fluido o zoppica incerto. Perché alla lettura ad alta voce gli scadimenti di tono non sfuggono e le “stecche” balzano subito all’orecchio.

E così adesso all’editing tradizionale, a cui non manco di sottoporre sempre i miei testi, affianco anche questa forma di “editing vocale”, che mi permette di accordare le frasi e armonizzare le parole, modulandole su quel sentire che, partendo dal mio animo, vorrei arrivasse prima al cuore del concetto e poi dritto a quello del lettore.

 

Ringrazio Eleonora Calamita e Davide Tricotti, insegnanti del corso di Lettura espressiva presso il Writing Way Lab di Novara, per il dono che mi hanno fatto con le loro lezioni. E segnalo a tutti il manuale, che sono corsa a procurarmi non appena pubblicato, dal titolo Lettura espressiva di Eleonora Calamita e Mariarosa Franchini, a cura di Alessandra Perotti, in cui ho ritrovato i temi delle lezioni, regole di pronuncia, interessanti file audio e molto altro ancora.