Lettura per ragazzi: piacere o dovere?

 

La lettura è un piacere senza pari, massima espressione dell’ozio creativo, del tempo libero dedicato a una passione, di totale godimento associato spesso alla vacanza.

Di fronte ad affermazioni del genere, di solito, e a prescindere dall’età, chi è abituato a leggere molto asserisce entusiasta, chi legge meno annuisce con un sorriso cortese, chi non legge niente si dissocia categoricamente.

Ma com’è possibile che quello che per alcuni è un piacere indiscusso per altri rappresenti invece un’incombenza da evitare? E come mai soprattutto la lettura per ragazzi stenta a trovare il favore del pubblico a cui è destinata?

 

I bambini amano le storie

 

Quando vado nelle scuole, materne o primarie, per portare le mie letture ai bambini, nel presentarmi, oltre al nome, aggiungo il motivo per cui mi trovo lì con loro e cioè per raccontare storie. Subito dopo domando: “Vi piacciono le storie?”.

In tanti anni, da che svolgo questo lavoro, raramente mi sono sentita rispondere di no e, quando è capitato, si è trattato più che altro di una provocazione, lanciata da qualcuno per spirito di contraddizione o voglia di attirare l’attenzione su di sé. Nel corso del laboratorio, infatti, i “bastian contrari” si sono sempre dimostrati in realtà molto attenti a quello che andavo raccontando e, spesso, addirittura più partecipi degli altri.

La narrazione affascina, tocca le corde dell’immaginario e stimola la fantasia, operazione – questa – che suscita piacere immediato a qualsiasi età.

I libri sono gli scrigni di quelle narrazioni che conquistano e delle storie che a tutti piacciono e allora come mai la lettura non è un’attività che tutti praticano volentieri e in ugual misura?

Il problema, evidentemente, non riguarda quello che i libri raccontano, ma l’azione che occorre svolgere per assimilarlo.

 

Leggere è faticoso

 

Leggere è faticoso: è un dato di fatto.

Annamaria Testa, comunicatrice, creativa e acuta saggista, ha dedicato un articolo all’argomento, intitolato proprio: La fatica di leggere e il piacere della lettura in cui, dati alla mano, ricorda come i nostri occhi non siano fatti per restare a lungo incollati su una pagina o su uno schermo e ancora che il cervello, mentre leggiamo, è sottoposto a uno sforzo non indifferente, perché deve convertire una stringa di informazioni visive (le lettere che compongono le parole) in suoni e poi nei significati legati a quei suoni. Infine, deve decodificare il significato delle singole parole e restituirci il senso della frase in cui sono state inserite. Tutto in poche frazioni di secondo e senza sosta.

Ascoltare un altro che ci racconta una storia o sorbire le immagini animate e sonorizzate trasmesse da uno schermo è, di certo, più facile e comodo.

Eppure, il piacere della lettura è diverso, oserei dire più intenso, rispetto all’ascolto o alla visione del medesimo contenuto.

Quando si legge un libro e poi capita di godere anche della versione cinematografica dello stesso, di solito, per quanto ben fatto possa essere il film, si preferisce sempre il testo originario.

La storia letta e assaporata, in tempi lunghi, ci appare più completa e ricca, i personaggi, per come ce li siamo immaginati noi, più intimi e personali e spesso anche l’interpretazione di alcuni dettagli della vicenda si rivela diversa da come è stata messa in scena da altri.

 

La lettura ci fa nascere al mondo

 

Ne Il mondo di Daniel Pennac a cura di Fabio Gambaro (Feltrinelli, 1999) l’autore intervista il celebre scrittore francese, che riguardo alla lettura si esprime in questi termini: Quando leggiamo, mandiamo tutti al diavolo. La lettura è un rifugio, però un rifugio paradossale perché ci fa nascere al mondo: quando sono immerso in un libro, infatti, da un lato mi astraggo dalla realtà, ma contemporaneamente affondo ancora di più le mie radici in essa. (pag. 94)

Si tratta allora di riuscire almeno una volta a sentirsi così, mentre si legge, per rimanere folgorati da questa scoperta e non poterne più fare a meno.

Finché la lettura sarà associata al senso del dovere, al compito o al resoconto che di essa spesso siamo obbligati a restituire ad altri, non potrà mai risultare un’attività piacevole. E di essa resterà solo la sequela di fatiche e sforzi cerebrali di cui sopra.

I piaceri, per loro natura, sono immotivati, spontanei, quasi sempre irrazionali. Non hanno bisogno di essere promossi e caldeggiati. Se dobbiamo adoperarci per spiegare a qualcun altro quanto sia bello e utile leggere, è perché quella attività in sé non viene di fatto percepita come tale: il nostro interlocutore non l’ha mai vissuta in questi termini.

 

La lettura per ragazzi non dev’essere per forza didattica

 

 

Ho ricordato sopra come sia pressoché unanime la risposta affermativa dei più piccoli alla domanda: “Vi piacciono le storie?”. Ma se invece di avere di fronte bambine e bambini della scuola materna o elementare, mi trovassi davanti ragazze e ragazzi della scuola media o superiore e chiedessi, piuttosto, “Vi piace leggere?”, a rispondere di no stavolta sarebbero in tanti. Eppure, il quesito, in sostanza, risulterebbe lo stesso: i libri contengono storie e quelle, lo abbiamo visto, piacciono a tutti.

Dunque, che succede in quella manciata di anni in cui si passa dall’accogliere con entusiasmo i laboratori di lettura ad abbassare lo sguardo e rifiutare il concetto che leggere sia un piacere?

Che cosa si perde per strada?

Si perde il senso di libertà che la lettura, per essere davvero goduta, deve portarsi appresso e restituire a chi la pratica.

Non sono qui a puntare il dito sui compiti, i riassunti e le comprensioni dei testi che, per forza e a ragione, la scuola deve prevedere nei propri programmi didattici. Ci mancherebbe altro. Il problema però si pone quando i libri sono intesi soltanto come strumenti pedagogici, edificanti e in grado di elevare competenze e sapere.

Sono anche questo, ma la differenza sta tutta in quell’anche.

Invece, troppo spesso, intorno ai libri e alla lettura si crea un’altissima aspettativa: i genitori vorrebbero che i figli leggessero presto e tanto, per scrivere meglio, acquisire una migliore proprietà di linguaggio, imparare a pensare. Tutto giusto e condivisibile: la lettura agevola ciascuna delle competenze su ricordate, ma presi da quest’ansia di prestazione spesso dimenticano che leggere, per diventare un’abitudine irrinunciabile, deve risultare talvolta anche inutile e trasformarsi in un’attività fine a se stessa.

Alcuni libri cambiano la vita, ma altri, semplicemente, la rendono più godibile e non devo per forza sentirmi migliore ogni volta che ne finisco uno: devo sentirmi meglio.

 

Foto di Rheyan Glenn Dela Cruz Manggob da Pexels

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