L’orto di un perdigiorno

Ci sono libri che più che raccontare trame creano atmosfere e riescono a renderle così vivide e tangibili, da coinvolgere il lettore trasportandolo altrove. L’orto di un perdigiorno di Pia Pera, che ti suggerisco oggi, ci accompagna con dolcezza nella campagna toscana e ce la descrive con la grazia e la sapienza proprie soltanto di chi ama profondamente il posto in cui ha scelto di stare.

L’AUTRICE

Pia Pera, nata a Lucca nel 1956, è stata professoressa di letteratura russa, traduttrice dal russo di autori classici e contemporanei e talentuosa scrittrice di narrativa e saggistica. Appassionata di giardinaggio, dopo aver vissuto e lavorato a Milano, anche come editor per Garzanti, torna ad abitare nella campagna toscana, prendendosi cura di un antico podere di famiglia. Muore nel 2016 per le conseguenze di una malattia degenerativa.

LA TRAMA

Non è facile raccontare la trama de L’orto di un perdigiorno, perché il libro sembra non averne una. La narrazione segue il ritmo delle stagioni e il susseguirsi dei mesi che vengono raccontati attraverso i cambiamenti di colori, luce, paesaggi e frutti forniti dall’orto di cui la protagonista-narratrice ha deciso di prendersi cura, pur non avendo, all’inizio, alcuna esperienza in materia. Il racconto allora assume più che altro l’aspetto di diario che registra i tentativi dell’autrice di mettere in atto il proprio progetto di orto e, pian piano, prende coscienza di come coltivare la terra significhi, in realtà, coltivare se stessi. Le parole diventato “confessioni” e chi le scrive “un apprendista ortolano”, come recita bene il sottotitolo dell’opera.

 

DA NOTARE

Le descrizioni di paesaggi e ambienti rappresentano una prova insidiosa per gli scrittori e, se mal condotte, possono diventare una parentesi noiosa per i lettori che spesso le sorvolano senza remore per arrivare subito al dunque. Ne L’orto di un perdigiorno invece rappresentano il tessuto essenziale della narrazione, allo stesso tempo oggetto e soggetto del racconto. La loro forza ed efficacia va ricercata nell’originalità con la quale sono presentate: Pia Pera attinge i vocaboli dal bagaglio delle proprie conoscenze botaniche, che padroneggia con disinvoltura, ma sa che per descrivere la commozione che si prova davanti allo spettacolo della Natura e ai suoi frutti i tecnicismi non servono, bisogna trovare immagini nuove, associazioni ardite, aggettivazioni originali. Bisogna far ricorso a tutti e cinque i sensi e far arrivare al lettore i sapori, gli odori, le sensazioni tattili e uditive, oltre a quelle visive. Allora non sarà difficile incontrare, nel testo, brani come questo che riporto testualmente a titolo di esempio:

“In fondo al campo, i cespugli di corbezzoli sono punteggiati dalle prime bacche. Tonde, con la buccia ruvida e screpolata come una lingua di mucca, ancora troppo dure per mangiarle, hanno già i colori che conserveranno fino all’inverno: giallo caldo striato d’arancio, rosso corallo, rosso sugo macchiato di bruno”.

 

INCIPIT

In certi momenti la felicità è troppo intensa, trabocca, da non contenerla. Come adesso davanti al rosso rubino delle amarene contro il verde scuro delle foglie. Il piacere di guardarli, tutti quei puntolini di un lucido rosso liquido. L’ingordigia li fa afferrare uno dopo l’altro, con prepotenza.

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