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“Vieni qui che ti racconto un fatto”, diceva la mia nonna materna di cui porto il nome; e quel “fatto” era a turno un racconto della sua infanzia, una leggenda abruzzese o un proverbio debitamente parafrasato. In comune avevano tutti la caratteristica di essere un po’ truci, spaventosi e con un’immancabile morale alla fine.

Delle sue storie ci siamo nutriti tutti noi nipoti e, anche se nessuno si è preso la briga di trascriverle e nonostante siano passati 40 anni dalla sua morte, le ricordiamo ancora.

La storia dell’umanità è intrisa di narrazioni. Forse anche i cavernicoli se ne raccontavano intorno al fuoco che li riscaldava nelle loro grotte. Sappiamo che, dai Greci in poi, se ne sono riempiti i teatri, i consessi pubblici e privati, i libri e le canzoni. Perché narrare è vivere, è tramandare, è cercare di continuare a esistere.

Mi rendo sempre più conto che le storie, forse proprio perché mi sono state raccontate sin dalla prima infanzia, sono per me fondamentali. Quando su un mezzo pubblico osservo un vicino di posto, non riesco a fare a meno di immaginare da dove arrivi, dove stia andando, cosa faccia. Quando vedo una finestra illuminata o una tenda sollevata comincio a fantasticare sulle persone che in quella casa vivono. Quando ammiro un quadro cerco subito di conoscere tutto sulla vita del suo autore e dei personaggi o dei luoghi rappresentati.

Una curiosità da scimmia, si potrebbe pensare. Oppure un accentuato voyerismo. O ancora, ed è quello che penso, un grande desiderio di entrare in contatto con l’umano che c’è in ognuno di noi.

Niente come i libri, però, appaga la mia sete di storie.

La famosa PDL (Pila Da Leggere) impera sul mio comodino e non diminuisce mai in altezza perché, terminato un libro, viene subito alimentata da almeno altri due. Fin da quando ero bambina era nelle pagine dei libri che trovavo le risposte alle mie domande, ai miei desideri e alle mie fragilità. Suggerivano percorsi, alleggerivano situazioni faticose. Erano, e continuano a essere, compagni di vita insostituibili. A loro devo risate e lacrime, conforto e stimoli. Mi hanno aiutato in circostanze e momenti diversi. Persino in occasione del tema di maturità: distrutta dal non poter sviluppare la traccia di letteratura perché in classe non avevamo affrontato gli autori proposti, sono stata salvata da un titolo di attualità che recitava più o meno “Descrivi attraverso quali percorsi sei arrivato ad apprezzare la parola scritta”.

Pinocchio e Cipì sono stati fedeli compagni dei miei primi anni. Pattini d’argento ha alimentato la mia passione per le scivolate sul ghiaccio. Jo March ha confermato il mio amore per la scrittura. Siddhartha e il giovane Werther hanno accompagnato la mia adolescenza e le poesie di Baudelaire gli anni della prima giovinezza. Aureliano Buendia e Remedios la Bella hanno viaggiato con me in America Latina.

Ogni momento della mia vita ha avuto uno o più libri come compagni che mi hanno insegnato l’importanza delle storie e delle parole. Quelle giuste, quelle che restano. Grazie ai libri ho imparato ad apprezzare così tanto le parole da farle diventare il mio lavoro.

“Siamo le parole che usiamo”, scrive Cristina Dell’Acqua nel suo bellissimo libro Una Spa per l’anima, e io oggi, donna ormai matura e madre di quattro figli, non posso che essere d’accordo.

Quando insegnanti e genitori mi chiedono come trasmettere la passione per la lettura, rispondo sempre che non ho una formula magica. Ma quello che so, perché lo vivo, è che solo le storie ben raccontate ci hanno salvato, ci salvano e ci salveranno.

E mi perdoni chi, molto più autorevole di me, attribuiva la capacità salvifica alla bellezza.