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Scrivere significa arrovellarsi ogni giorno per trovare il costrutto e i vocaboli adatti a rendere quello che si prova e si vuole dire.

Chi scrive ha scelto le parole come strumento privilegiato allo scopo, il che fa capire perché per uno scrittore una parola non può valere l’altra. Lui sa quando una frase si limita ad essere corretta e a fornire informazioni, ma non comunica niente. Lo scrittore invece ha bisogno di comunicare, di dare forma alle proprie immagini e stati d’animo, vuole che chi legge ne provi di uguali.

Se alla base c’è questa motivazione, la tensione narrativa e la ricerca quasi maniacale dell’espressione migliore sono compagne abituali di viaggio per lui e, se ha lavorato bene, il lettore non avrà il minimo sospetto di quanto tempo e revisioni ci siano dietro anche ad una sola riga dei suoi testi. Quando però il sentimento da trasmettere è davvero tanto alto, vuoi per l’intensità dell’emozione che lo genera, vuoi per l’arditezza dell’argomento che lo suscita, allora viene meno il respiro e si annaspa alla ricerca di un sistema per far arrivare comunque intera tutta quanta l’energia che ci scuote e chiede di uscire.

Era un’urgenza che avvertiva anche Dante che, determinato nel voler raccontare il proprio viaggio ultraterreno, arrivato in Paradiso si rende conto di quanto inadeguate fossero le parole a rendere quello che voleva dire.

La terza cantica è quella dell’ineffabile.

Il primo canto, già dalla sua seconda terzina, si apre proprio con ammissione di indicibilità:

Nel ciel che più de la sua luce prende

fu’ io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

 

perché appressando sé al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non può ire.

Il che significa che quando un uomo sperimenta qualcosa di sublime poi gli mancano le facoltà, che qui Dante chiama “memoria”, per poterlo raccontare. Dante però è un poeta e anche se consapevole dell’insufficienza delle parole, non può rinunciare a servirsene, perché il bisogno di comunicare è più forte della loro carenza. È in momenti come questi, quando le parole non bastano, che cerchiamo altri canali di trasmissione per vedere se il ricorso a strumenti diversi possa in qualche modo colmare le lacune dei nostri.

E sì, a volte è così.

Victor Hugo dopo aver assistito a una rappresentazione del Rigoletto, basato sul dramma “Le roi s’amuse” scritto da lui, rimase senza parole – è proprio il caso di dire – nell’ascoltare il quartetto “Bella figlia dell’amor”, in cui i personaggi cantano contemporaneamente quattro testi e quattro stati d’animo differenti, effetto questo che la scrittura non può rendere in nessun modo e parlando con Verdi si disse invidioso delle potenzialità della musica in casi come questo.

Le arti figurative, pittura e scultura, hanno una forza suggestiva ancora diversa, colpiscono gli occhi, passano loro attraverso e senza filtri suscitano l’emozione di chi guarda.

Un potere formidabile.

Eppure talvolta anche gli artisti sublimi vorrebbero che la propria opera andasse oltre la forma, muta e statica, e scuotesse tutti i sensi degli astanti.

“Perché non parli?” pare abbia chiesto Michelangelo al proprio Mosè lanciandogli un martello dopo averlo scolpito. Già, perché l’arte non parla, la scrittura non si muove, la musica non si vede.Ciascuno sente il limite del proprio gesto e invidia quello che non gli appartiene per le potenzialità che mancano al proprio. Quando si comunica si vorrebbe far vibrare tutti e cinque i sensi, anzi, perfino il sesto, sempre che esista davvero.

In linguistica c’è una figura retorica che rende bene quest’ansia di prestazione comunicativa, è la sinestesia (dal greco syn = insieme e aisthánestai = percepire) per cui vengono associati sostantivi e aggettivi appartenenti a sfere sensoriali diverse in modo da suggerire immagini vivide e inedite. Un esempio è dato dall’espressione “urlo nero della madre” che Quasimodo usa nella poesia “Alle fronde dei salici”.

È l’ennesimo sforzo della lingua per cercare di travalicare se stessa.

Chissà, forse in futuro qualcuno riuscirà a inventare qualcosa in grado di coinvolgere contestualmente tutti i sensi della persona a cui intende rivolgersi. Abbiamo già qualche esempio di mostre d’arte “immersive” che, con l’aiuto della nuova tecnologia, permettono una diversa fruizione delle opere. Il visitatore vede proiettati sulle pareti particolari di quadri famosi mentre musiche e testi evocativi ne accrescono il fascino, dandogli la sensazione di trovarsi dentro l’arte, anima e corpo. Cambieranno le forme di comunicazione, ma l’obiettivo che desideriamo ottenere quando scriviamo, suoniamo o raffiguriamo la vita rimane sempre lo stesso: intrecciare una relazione che nasca e generi emozioni.