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Pura narrazione: di questo penso sia fatto il mondo. Ogni cosa racconta, e tutti noi raccontiamo e ci raccontiamo senza sosta, mossi da quell’istinto di narrare e di ascoltare storie che riceviamo in eredità fin dal primo vagito.

Viene da tempi remoti questa ancestrale spinta a riferire e comunicare, a “mettere in comune” cioè noi stessi e i nostri pensieri. Ed è qualcosa che ci coinvolge nostro malgrado, stando a quanto spiegano le neuroscienze: “Il solo fatto di informare il mondo del nostro punto di vista – ha reso noto una ricerca – basta ad attivare le regioni cerebrali delle ricompense primarie, quelle che rilasciano la dopamina”.

Raccontare è dunque fonte inconsapevole di benessere. Amiamo farlo. Sostiene l’identità e nutre il senso di appartenenza, il diritto di dire io a quel noi che lo convalida sul piano sociale e che è elemento essenziale di ogni comunità. Ed è proprio a questo noi che credo dovremmo tendere, oggi che si legge sempre poco, ma in compenso si scrive con più facilità e superficialità. In rete, ma senza rete. Semplificando e magari urlando: basta uno smartphone, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti.

Mancanza di ascolto e autoreferenzialità rientrano tra le cause riconosciute di questo fenomeno. Per arginare il quale non bastano i corsi di scrittura e le iniziative di storytelling, circoscritti a chi già è sensibile all’argomento, come non bastano le buone proposte alternative che arrivano dall’editoria, dall’arte, dalla musica, dal cinema e dallo stesso web.

Per questa società molto individualista, impoverita nella lingua e nel pensiero, l’idea di investire su una narrazione fondata sulla scrittura responsabile e civile – a qualunque genere essa appartenga – potrebbe rivelarsi soluzione non definitiva, ma comunque strategica. Ricordando che «La scrittura – come ha evidenziato l’antropologo J.R. Goody – non è stata semplicemente un’importante appendice alla vita sociale ma l’ha influenzata sin nei più intimi recessi, mutando in modi significativi la coscienza degli uomini in generale».

La parola, da questo punto di vista, spetterebbe prioritariamente alla politica, se solo non fosse uno dei campi più fertili in quanto a propagazione di pessimi esempi. Ma qualcosa, senza voler scomodare il ruolo degli intellettuali, penso che si possa fare anche da parte di chiunque ami scrivere, anche con piccoli gesti spontanei e localizzati.

Per quanto mi riguarda, da alcuni anni raccolgo, scrivo e restituisco frammenti di storie “minori” che hanno il diritto e il dovere di essere raccontate. Lo faccio per me, per la mia equa dose di dopamina, e perché lo ritengo utile sul piano sociale. È una piccola goccia nel mare, la mia. Un po’ utopica e molto idealista. Ma il mare, si sa, è la somma di un’infinità di gocce.

Coinvolgere e incontrare le persone, dare voce a chi, per difficoltà culturali, sociali o di disabilità mai penserebbe di mettersi a scrivere, a parlare di sé, è seminare grano in un terreno trascurato, ma molto fertile. Non importa quanto grande: basta anche un orto, nel quale qualcosa crescerà.

Ogni volta che ricevo disponibilità a raccontare, offrendo in cambio una rara occasione di ascolto, e poi restituisco le testimonianze raccolte proponendole con le mie parole, immancabilmente entra in scena la commozione e la sorpresa che le persone provano con il riconoscimento della propria identità, del valore della propria esperienza, e della propria unicità. È un autentico scambio di doni, quello che si materializza quando si cura un progetto di raccolta di storie di vita. Rendere speciali le persone normali alla fine fa sentire speciali anche noi e offre vantaggi per tutti.

Sul piano sociale, praticare questo modello di scrittura biografica fondata su ascolto e incontro mette a disposizione diverse opportunità: dare valore alle persone, generare conoscenza, capacità di comprensione, sostenere senso di appartenenza e tutela della memoria. Dal punto di vista di chi scrive, tradurre e restituire l’oralità in forma narrativa è esercizio utile a imparare ad attingere dal reale per lavorare anche sull’immaginazione, e nondimeno a contenere le pretese di protagonismo dell’io-scrittore che abita in ognuno di noi.

Per iniziare a cimentarsi con questo genere (meglio se si ha già una personale esperienza di scrittura autobiografica), è sufficiente armarsi di un registratore, individuare un narratore (un genitore, un nonno, una vicina di casa) e invitarlo a raccontare: “Quello che desideri: un episodio, un’esperienza… parti da dove e quando vuoi… Prima ti ascolterò e poi te la racconterò io, la tua storia”.

L’esperimento può espandersi fino a diventare un progetto di scrittura biografica rivolto a una piccola comunità di quartiere, ad esempio, o di qualunque altro ambito possibile. Le storie potranno essere raccolte in un libro, presentate e magari anche rappresentate, e da quei racconti altre storie potranno essere immaginate, e altri progetti potranno nascere ancora.

 

Foto di Pexels da Pixabay