Esiste un segreto per scrivere bene? Come riuscire a esprimere al meglio tutto quello che vogliamo dire?

La prima regola da tenere presente è che non bisogna scrivere tutto e che occorre imparare l’arte della lacuna, intesa non tanto nel significato di mancanza, quanto piuttosto di non detto.

  

Lacuna. Saggio sul non detto di Nicola Gardini

 

Il libro Lacuna. Saggio sul non detto di Nicola Gardini è uno dei più bei saggi che io abbia letto. Ho conosciuto l’autore di persona, ho avuto la fortuna di ascoltarlo più volte dal vivo e ritengo sia molto preparato come docente, studioso, saggista, romanziere e poeta.

Per sua stessa ammissione, la scrittura di Lacuna non è stata semplice; non è scaturita da una stesura di getto, anzi la gestazione è stata lunga e piuttosto travagliata. Resta il fatto che il risultato finale è imperdibile per chi ama la lettura e ancora di più per chi si dedica alla scrittura.

Questo libro affronta un aspetto poco indagato della cultura letteraria, il non detto, e dalla dimostrazione che un buon racconto è un racconto che sa tralasciare qualcosa arriva a identificare l’idea stessa di letteratura con quella di lacunosità”.

Così si legge nel retro di copertina dell’edizione Einaudi pubblicata nel 2014.

 

La lacuna come procedimento narrativo consapevole

 

Gardini, studioso appassionato e profondo conoscitore dell’antichità classica, a partire dal greco e dal latino a torto considerate lingue morte, inizia questo saggio con una dichiarazione d’amore: “Io sono innamorato della parola «lacuna»: parola squisitamente latina, connessa con «lacus»; la stessa che in italiano dà la forma popolare «laguna». Nelle sue tre sillabe si condensa tutto ciò che di bello ed esemplare ha per me l’antica lingua di Roma: robustezza, pregnanza sonora e semantica, e una capacità di echeggiare per lunghe distanze.”

La lacuna che Gardini analizza è qualcosa di molto preciso: è un procedimento narrativo consapevole, premeditato e studiato con cui gli scrittori eliminano, in modo più o meno dichiarato, elementi della storia che il lettore vorrebbe sentirsi raccontare. È intesa non come “mancanza”, ma come “non detto”, “lasciato tra le righe”: “un «non dire al fine di dire»”.

 

Scrivere bene la lacuna: esempi letterari famosi

 

L’autore offre moltissimi esempi di lacuna spaziando nella letteratura di tutti i tempi, da Aristotele a Platone, da Cicerone a Seneca e poi Stendhal, Flaubert, Proust, Henry James, Virginia Woolf, Nietzsche, Thomas Mann, Conan Doyle, Simenon, Yourcenar e molti altri ancora.

Ma dopo le due righe di puntini di sospensione con cui Tolstoj ‘non racconta per raccontare’ la relazione tra Vronskij e Anna Karenina nel romanzo omonimo, il primo e più significativo esempio di non detto è nei Promessi Sposi:

Tre semplici parole, «La sventurata rispose», bastano a comunicare che il delittuoso rapporto tra la monaca [di Monza] ed Egidio ha preso fatalmente avvio”.

Per rendersi conto delle proporzioni dell’ellissi che ha portato il Manzoni alle tre semplici parole, è sufficiente leggere l’episodio che nel Fermo e Lucia – la versione autonoma del romanzo che scrisse dal 1821 al 1823 – si estende per quattro pagine, in cui nulla è lasciato all’immaginazione.

 

Dante e le “cose che ’l tacere è bello”

 

Altri numerosi esempi, emblematici e meravigliosi – io ne riporto solo due – sono nella Commedia di Dante:

Cosí andammo infino a la lumera,

parlando cose che ’l tacere è bello,

sí com’era ’l parlar colà dov’era

(Inferno, IV, 103 – 5)

O ancora:

… altro parlando

che la mia comedía cantar non cura.

(Inferno, XXI, 1 – 2)

 

 

Scrivere bene vuol dire permettere al lettore di immaginare

 

Nicola Gardini insiste sul fatto che la lacuna non deve essere considerata come qualcosa che ‘comprime’, ma come un espediente narrativo che allarga lo sguardo, che “espande il senso, “portando la significazione oltre i limiti fisici delle parole scritte” (p. 31). Tra l’altro, una delle funzioni della lacuna è di creare un effetto quasi illusionistico: “L’illusionismo, per colpo di ironia, fa sì che quel che è intrinsecamente immaginario tragga fondamento di realtà da una mancanza”. In altri termini il non detto è percepito dal lettore come qualcosa che esiste veramente, si tratta solo di immaginarlo per scoprirlo; se esiste ciò che non è dichiarato, a maggior ragione deve essere vero ciò che il testo racconta in maniera esplicita. Detto e non detto si supportano a vicenda e in questo modo la letteratura acquisisce forza di realtà.

Già Demetrio nel suo trattato Sullo stile, uno dei più significativi esempi antichi di teoria della lacunosità, al capitolo 62 dichiara che “un discorso è come un banchetto: pochi piatti possono esser sistemati in modo tale da sembrare molti”.

 

Ruolo e responsabilità dello scrittore…

 

La lacunosità è una regia molto raffinata che, mentre toglie, deve sempre restituire un senso. Ciò è possibile e funziona solo se chi scrive ha ben chiaro che cosa sia un artigianato scrittorio efficace. Quando lo scrittore sceglie di omettere parti della narrazione, obbliga il lettore a un imprescindibile lavoro di integrazione, che è possibile solo nella misura in cui l’omissione non coinvolge elementi della trama che chi legge non sarebbe mai in grado di pensare da solo. La lacuna fornisce al fruitore del testo la libertà di decidere da sé e diventa strumento di emancipazione dalle dittature del pensiero, dalle verità imposte perché date per certe. Se tutto fosse scritto, dichiarato, non ci sarebbe nessun margine di scostamento interpretativo da chi scrive. “Dunque, i buoni scrittori non pensano tutto loro, ma lasciano che il lettore faccia la sua parte, che «immagini» quel che vuole immaginare”. (p. 42)

Un buon libro è quello che non dice tutto e che obbliga a completare molto di quello che manca. Il non dire costringe al “voglio sapere”. Si innesca in questo modo un meccanismo di domande che il lettore si pone mentre legge, alle quali cerca di dare le proprie risposte; si costruisce così una realtà ipotetica nella quale chi legge spera di ricostruire correttamente ciò che chi scrive ha deciso di tralasciare, di omettere.

 

… e del lettore

 

L’attualità di un libro, il suo realismo dipendono dal lavoro del lettore che è anche interprete. Già Aristotele aveva intuito e dichiarato che solo ciò che è raccontato in maniera parziale è in grado di coinvolgere in modo sopraffino l’intelligenza del lettore. Leggere è tanto più soddisfacente quanto più implica la necessità di andare oltre le parole per far parlare il silenzio. Solo così la lettura di un testo può essere l’esperienza individuale e soggettiva grazie alla quale qualsiasi scritto assume un significato diverso a seconda di chi lo affronta. Ciò che si capisce subito e non richiede nessuno sforzo interpretativo e immaginativo non appaga mai. Del resto, se ci pensiamo bene, questo è il motivo per cui proviamo tanta soddisfazione quando di fronte a un romanzo giallo, seguendo la traccia creata dagli indizi, riusciamo a individuare il colpevole appena prima che ce lo riveli la narrazione (anche se questo non deve accadere troppo presto).

Il lettore che si trova di fronte alla lacuna, di fatto, riceve un atto di fiducia da parte dello scrittore; il suo compito è quello di dimostrare di meritarlo e di esserne all’altezza, cosa che accade quasi sempre, perché non c’è stimolo migliore che essere coinvolti, da protagonisti, in una storia.

 

Il patto di fiducia tra chi scrive e chi legge

 

Un esempio di richiesta al lettore di utilizzo dell’intelligenza ce lo offre Dante quando, nel XXXV canto dell’Inferno (vv. 22 – 27), alla presenza di Lucifero dice:

Com’io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,

però ch’ogne parlar sarebbe poco.

Io non mori’ e non rimasi vivo;

pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,

qual io divenni, d’uno e d’altro privo.

 

Il linguaggio non sarebbe mai in grado di descrivere in modo esaustivo i sentimenti provati dal poeta, che decide di omettere; è il lettore a dover fare lo sforzo immaginativo per immedesimarsi nello stato d’animo e nella situazione descritta.

 

La lacuna trova la sua massima espressione nel racconto

 

Un esempio paradigmatico della forza della lacuna nella struttura compositiva è fornito dal racconto; più è breve, più la lacuna ha una funzione ontologica. Sono i limiti di spazio di questo genere letterario che impongono all’autore di eliminare tutto ciò che è in più per dare centralità e forza all’indispensabile narrativo. Non c’è spazio per il superfluo e l’omissione volontaria serve a garantire il ritmo che cattura il lettore. Mai come nel racconto il silenzio dell’omettere è sapienza. Anche in questo caso Gardini fornisce numerosi esempi di “racconto lacunoso” per dimostrare a che livello di omissione è possibile arrivare senza compromettere il significato della vicenda. Emblematico il caso di Kafka in cui la lacuna arriva addirittura a rimuovere il tema stesso della storia: il lettore del Processo non sa quale sia la colpa del protagonista, come nel Castello non conosce quale disegno contrasti K.

 

Una nuova definizione di letteratura

 

Non voglio aggiungere altro, perché spero di aver creato la curiosità giusta per immergersi in un viaggio affascinante nei meandri del non detto. Gardini è una guida eccellente, perché accompagna il lettore immedesimandosi egli stesso in questa esperienza. Un’immedesimazione talmente totalizzante da creare una nuova definizione di letteratura:

La letteratura è il non scritto di cui lo scritto è un richiamo o, se vogliamo, un’ombra; la letteratura non consiste nelle parole scritte, ma in quello che le parole scritte suggeriscono e presuppongono; la letteratura è una mancanza perennemente rinnovata dalle parole; è desiderio di «altro ancora», perché quello che c’è sulla pagina non basta, non può essere tutto. Una scrittura sarà tanto più letteraria quanto più intenso saprà indurre quel desiderio. La letteratura non è fatta di parole, ma di tutto il silenzio che certe parole scritte lasciano sospettare e inducono a indagare”. (p. 235)

 

Foto di Evgeny Kulakov da Pixabay

 

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