Mia nonna sosteneva che quello che si impara da piccoli non si dimentica più. Sicuramente si riferiva alle buone abitudini, al rispetto delle regole, all’andare in bicicletta e al cucire facendo i punti uno vicino all’altro.

Questa sua massima mi è rimasta incastonata dentro, come una gemma nel metallo e, col passare degli anni, ne ho esteso la portata, sicuramente a mio uso e consumo.

Fra tutte le cose che ho imparato da bambina una delle più importanti è stata la voglia di inventare e raccontare storie, a voce prima e per iscritto poi, non appena ne ho avuto la possibilità. La fortuna ha voluto che, nella scuoletta prefabbricata della periferia di Milano che ho frequentato, mi trovassi una maestra (a cui sempre sarò grata) che aveva deciso di adottare una didattica nuova per l’epoca, che fosse in grado di dare spazio e soddisfazioni a quell’eterogeneo parterre di alunni che ogni mattina si trovava davanti. Non passava giorno in cui non ci chiedesse, partendo dagli spunti più diversi, di creare storie, di dedurle o immaginarle e di dare loro “corpo” attraverso la scrittura. Poco importava se, in una prima fase, le nostre righe fossero piene di errori di ortografia o di sintassi, l’importante era lasciar volare la fantasia e farsi portare da lei in territori nuovi e inesplorati.

Con l’inizio della scuola elementare della mia figlia maggiore mi sono trovata a confrontarmi con un sistema, quello francese, che niente aveva a che vedere con quell’esperienza che non avevo mai smesso di portarmi nel cuore e nella mente e che mi aveva indirizzato chiaramente verso il mestiere che svolgo. I bambini non scrivevano nulla che fosse frutto della loro creatività. Del famoso “pensierino” non si conosceva nemmeno l’esistenza e il concetto di “storia inventata” riscuoteva sguardi interrogativi e seri dubbi sulla mia capacità di esprimermi in francese. Fugati i sospetti dei miei interlocutori e confortati dalla testimonianza di un libro da me scritto in lingua transalpina e già pubblicato, ho cominciato a pensare come poter portare una nota di creatività nella patria di Cartesio. Ho studiato tutte le esperienze esistenti e ho messo a punto un “mio” metodo per avvicinare i più piccoli alla scrittura creativa che, per me, corrispondeva e corrisponde a una vaga idea di libertà.

Da quel giorno sono passati più di 10 anni. La mia libreria è piena delle opere di bambini di tante classi diverse e ognuna custodisce il ricordo di momenti bellissimi passati insieme. Dal seme buttato sono nati sempre giardini colmi di fantasia e profondità. La riluttanza iniziale degli insegnanti sul metodo proposto è sempre stata sostituita dalla meraviglia per il lavoro dei loro giovani alunni. Ma come hanno potuto tirare fuori tutte queste idee? Ma hanno scritto davvero loro?

Non succede nulla di strano o di magico nelle ore passate con i bambini. Le regole da rispettare sono solamente due e abbastanza banali: tutte le idee sono buone e si arriva a un risultato solo lavorando insieme. La storia che si crea è il frutto delle intuizioni di ognuno, è il risultato di un percorso creativo in cui, opportunamente guidati, i bambini riescono a mettere insieme idee e sogni. Partendo dalla narrazione orale, arrivano a capire che quelle stesse parole possono essere scritte per essere “conservate” e trasmesse. Le regole grammaticali e la sintassi si trasformano da odiose nemiche da dover imparare a memoria a preziose alleate del racconto.

Il lavoro di gruppo, poi, permette di vincere qualsiasi spirito di competizione e fa nascere il desiderio di arricchire il proprio pensiero con quello dei compagni, nutrire la propria fantasia con quella del vicino.

All’inizio di ogni atelier ripeto sempre ai miei alunni occasionali che l’avventura che stanno per intraprendere nel mondo dei “libri veri”, come li definiscono loro, non è quasi mai riuscita. Ma chi l’hai mai visto un libro scritto a 50 mani? È meraviglioso lo stupore con cui, alla fine del percorso, maneggiano il libro che contiene la storia che hanno inventato, di cui hanno fatto l’editing, la correzione di bozze, le illustrazioni e persino la copertina.

Storie di avventure fantastiche e di viaggi nel tempo. Racconti di animali e di amici persi e ritrovati. Campi di pallone scenario di avventure esistenziali e palcoscenici in cui si recitano e danzano spettacoli memorabili. E poi la scuola: quella reale e quella sognata, insegnanti tremendi che si scontrano con maestre-fate Turchine, compagni complici e direttori tirannici. E la casa: famiglie felicissime e famiglie tristissime, fratelli complici e sorelle streghe (e viceversa), nonni alleati e zie pazzerelle. Attraverso il racconto, la fantasia e la condivisione, i bambini riescono a esprimersi e a concretizzare il mondo che vorrebbero o quello da cui vorrebbero scappare. Parole che riscaldano il cuore e che fanno riflettere riempiono le loro pagine, spazi di libertà assoluta che, per una volta, consegnano a se stessi e ai loro lettori senza paura di essere giudicati.

Scrivendo adesso cerco di passare in rassegna tutte le storie che sono nate negli anni. Sicuramente fra le mie preferite ci sono quella scritta da una classe di bambini di seconda elementare a cui il mio atelier è servito a superare uno spiacevole episodio di bullismo e quella di una classe in cui la “chiave” di tutto il racconto è stata fornitada una bambina autistica che fino a quel momento aveva rivolto la parola solo a pochi compagni.

Non ho nessuna formula magica, non mi stancherò mai di ripeterlo. Ma mia nonna aveva proprio ragione: quello che ho imparato da bambina non solo è la mia “bacchetta” per affrontare il mondo, ma anche quella che uso per rendere più creativo e più vero  l’universo di tante creature in formazione.

 

P.S. La “sfida” non si ferma mai. In questo momento sto lavorando con 126 bambini di quinta elementare alla sceneggiatura di un film che realizzeranno interamente loro. Forse questa è davvero magia.

 

Photo by Andrew Ebrahim on Unsplash

 

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