Vuoi scrivere un racconto? Fai attenzione alle storie

Ti piacerebbe scrivere un racconto? Devi prestare attenzione alle storie.

Ci sono cose, nella vita, che accadono come per magia. Non le cerchi, sono loro che ti trovano: da sempre, credo, sicuramente già prima dell’Era dell’Algoritmo. Sono cose apparentemente banali, quelle a cui mi riferisco, ma allo stesso tempo speciali, perché mentre accadono puoi già immaginarle come un racconto.

Ecco la mia ispirazione per scrivere un racconto

Una cosa del genere mi è capitata una domenica di un paio di anni fa, in occasione di una gita familiare a scopo turistico-gastronomico. Un piccolo borgo abruzzese arroccato su uno sperone di roccia aveva attirato la nostra attenzione, e si era deciso di deviare il percorso per andarlo a visitare.

Avevamo da poco iniziato a girovagare tra le stradine deserte del paese, quando ai nostri occhi si presentò un vecchio dal passo incerto. Sorpreso dalla nostra presenza, ci salutò e subito volle sapere da dove venissimo e come mai ci trovassimo lì in quella fredda giornata di novembre. Lo osservai più attentamente. Basso e leggermente curvo, indossava una giacca a vento blu di una taglia più grande, e portava in testa un non meno abbondante berretto di lana verde. Il suo bel volto di vecchio, su cui spiccavano occhi piccoli e vispi, era cesellato sul mento da una barbetta caprina densa e bianca. Muovendosi, si appoggiava a un elegante bastone che, come poi ci disse, aveva personalmente intarsiato e laccato dando all’impugnatura la forma di una testa di cane.

«Qui la vita sta finendo», aveva detto. «Nel 1900 c’erano mille abitanti, oggi solo diciassette».

La figura di quell’uomo mi ricordava incredibilmente un personaggio di cui mi ero occupato in alcune mie scritture. Lo sentivo già come il protagonista di un possibile racconto da scrivere, e quando ci propose di farci da guida, accettai senza alcun indugio, e con uno sguardo complice invitai il resto della comitiva a seguirlo.

Risultò subito evidente che per Emilio – così si chiamava l’uomo – noi costituivamo un’occasione da non perdere: un raro momento in cui il caso regalava nuovi orecchi al suo bisogno di raccontare e di stare in compagnia. Di sentirsi esistere, probabilmente.

Ma al di là di questo, pensai anche che quel vecchio stava probabilmente offrendo un’occasione anche a noi. Nuove parole e nuovi pensieri di cui far tesoro, per quella possibile storia che già iniziava a ronzarmi nella testa. Più che un Virgilio, sembrava il personaggio di una favola. Ascoltando le sue chiare e appropriate parole, immaginai che la sua intenzione fosse quella di proporsi come il narratore ufficiale del borgo, delegato a custodire le storie del luogo in cui era nato quasi novant’anni prima e nel quale ritornava ogni estate, rimanendovi fino ad autunno inoltrato. Una specie di incarnazione del genius loci, in sostanza.

Emilio stava recitando per noi la parte dell’affidabile guardiano di un paese intrigante, rumoroso di silenzio e di case sigillate, diffidenti come i gatti che le presidiavano. Mentre ci addentravamo nel borgo, lui parlava, illustrava, raccontava dei muri e delle strade, della gente che se n’era andata e della processione di agosto, un tempo lunghissima e ora ridotta a poca cosa.

L’uomo ci fece visitare la chiesa del paese (serviva la chiave per entrare, e se la fece dare da un’anziana signora che abitava lì accanto), quindi raccontò del castello, ridotto a pochi e inaccessibili resti, e della valle sottostante, antico passaggio di principi e pastori. Ci tenne anche a dire della sua attività giornalistica, così l’aveva definita, e volle lasciarmi una copia del foglio sul quale annualmente riportava qualche notizia storica del borgo.

La visita si concluse nell’unico bar del posto, in un clima di simpatia e di reciproca riconoscenza, con lui che non smetteva di raccontare.

Usava le parole come catene, Emilio, per farci restare ancora un po’. E mentre lo faceva, io lo leggevo come una storia già pensata ma non ancora scritta.

Le situazioni della vita come possibilità di narrazione.

Ogni persona è una storia

A volte basta poco per imbastire l’idea di un racconto, o magari anche di un romanzo. Ciò che è indispensabile è riuscire a osservare la realtà senza fermarsi alla superficie degli eventi. Ogni persona è una storia, e ogni situazione della vita di ogni giorno rappresenta una possibilità di narrazione. Il resto lo fanno la nostra sensibilità, l’intuito, la capacità di entrare in contatto con l’altro, e una certa propensione a porsi delle domande. Nel mio caso, se non avessi risposto affermativamente all’invito di Emilio, mi sarei perso la bellezza di un’esperienza che parlava di vecchiaia, dell’attaccamento a un borgo che muore, e di ostinata speranza.

Gli elementi per una narrazione

Gli elementi per il breve racconto che qualche tempo dopo avrei scritto li avevo tutti a disposizione: il borgo morente con il suo nobile passato; la comitiva di visitatori; il vecchio che guida e racconta; la custode della chiesa; qualche leggenda; la pesante chiave della cantina in cui conservava le sue cose; dei gatti; l’atmosfera di un’osteria.

Elementi scarsi e semplici, si potrà osservare, ma solo in apparenza: prima di decidermi a scrivere avevo perlustrato le trame che si sarebbero potute far emergere da quella situazione, e i percorsi narrativi che avrei potuto intraprendere.

Quale passato si nascondeva realmente dietro a Emilio? Chi era la custode della chiesa? Quale minaccia incombeva sul borgo? Avevo pensato a un giallo, a un misterioso fantasy, o a un racconto ispirato da calviniana leggerezza. In realtà, tuttavia, il mio racconto di quella magica occasione lo avevo già pensato fin dall’incontro con il vecchio del borgo, e alla fine sono quindi rimasto fedele al sentimento che avevo provato, affidandomi a una storia narrata in prima persona. Con leggerezza, sì, ma nella forma introspettiva di un frammento autobiografico che ho voluto concludere con queste parole: «Rientrando, ricordo che mi sentii molto in pace con me stesso e con il mondo intero. Pensai che bisogna sempre sperare di ascoltare un vecchio, nei paesi sconosciuti, perché poi fa bene al cuore. E giurai che prima o poi l’avrei raccontata, questa occasione magica che mi era venuta a cercare».

 

Foto di Vicente Sivera da Pixabay

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