Come nascono e si strutturano le serie di libri? Per molti può sembrare un’impresa titanica, di certo non è una passeggiata, ma con lo studio e il giusto approccio si può dar vita a una grande storia. Lo sa bene Alice Basso, che con le sue eroine ha conquistato numerosi lettori. Durante il settimo episodio della rassegna “Una storia fantastica” − condotta da me e Laura Di Gianfrancesco − Alice ci ha donato i suoi preziosi consigli.

Alice Basso ha esordito nel 2015 con L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, il primo dei cinque libri dedicati alle avventure della ghostwriter Vani Sarca, edito da Garzanti. Autrice inoltre di numerosi racconti, si cimenta nella stesura della sua seconda serie, ambientata nella Torino degli anni Trenta, pubblicando Il morso della vipera (Garzanti, 2020), che ad oggi consta di quattro volumi.

Da dove si parte per creare una serie di libri?

Come fai a creare una storia e poi svilupparla per cinque volumi?

Per rispondere mi aggancio alle parole di un grande scrittore, Ken Follett.

Secondo lui un’idea narrativa vale la pena di essere seguita se ti apre davanti agli occhi un ventaglio di almeno cinquanta scene drammatiche interessanti, valide. Il suo concetto è che quest’idea la riconosci subito perché non è isolata nella sua finitezza, ma si dirama in una serie di possibilità esplorative, di gag, di colori che possono essere approfonditi. Per gli scrittori questa sensazione è abbastanza intuitiva, tutti noi abbiamo avuto quei momenti in cui ci è venuta un’idea e quell’idea ci ha preso le viscere, perché l’abbiamo percepita come piena di possibilità, piena di sfaccettature. Io non dico che le idee delle mie serie abbiano la stessa potenza narrativa di quelle di altri autori, però l’effetto è stato proprio quello. Quando ho pensato allo spunto di base delle storie su Vani Sarca e su Anita Bo, il mio primo pensiero è stato: Mamma mia qua c’è un sacco di roba che si può raccontare su questo tema. Ho deciso di scrivere cinque libri per questo motivo.

Iniziare a scrivere: quando ti è successo?

Come e quandoti sei innamorata della scrittura?

Quando la maestra alle elementari mi ha insegnato a scrivere i pensierini e mi sono accorta che due pensierini di fila facevano una protostoria, è stata una scoperta meravigliosa. Da quel momento scrivere da sola le mie storie è diventato il mio sport preferito. Credo di non aver mai avuto momenti in cui non avevo un’idea in testa, una storia in sospeso da scrivere, ed è così da quando avevo otto anni.

Ma scrivere per passione e pensare di poter pubblicare sono cose totalmente diverse. Quando mi chiedono se ho sempre saputo che sarei diventata scrittrice rispondo ovviamente no, anzi, farlo diventare una professione è un altro paio di maniche. La prima cosa decente che ho scritto e che mi è sembrata valesse la pena proporre in giro senza vergognarmi è arrivata durante il mio trentaquattresimo anno di età.

Come nascono le idee

Vani Sarca − la protagonista della tua serie − fa la ghostwriter, una professione poco conosciuta soprattutto al tempo della pubblicazione. Con lei impariamo a sviscerare i segreti di questo mestiere.

È una cosa di cui mi sono spesso vantata tra me e me. Quando ho iniziato a scrivere L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome, non c’era in giro tanto materiale che parlasse di ghostwriter, è venuto fuori più avanti. Nella corrente in cui si sono esplorate le professioni editoriali come soggetti di romanzi, prima o poi era fatale che si inciampasse anche su questa attività un po’ collaterale. Sono contenta di aver avuto la fortuna di pensare a Vani Sarca in quel momento in cui non se n’era ancora abusato. È stata la giusta via di mezzo fra qualcosa che stava andando di moda, cioè i libri sul dietro le quinte dell’editoria, e una protagonista con una professione che non era stata ancora troppo descritta.

Mai navigare a vista: è necessaria una buona preparazione

Perché hai scelto di interrompere la serie?

Uno dei miei terrori è che la gente pensi che la serie su Vani si sia interrotta perché non ne potevo più. Ho deciso sin da subito un numero limitato di libri e ho programmato una scaletta globale in cinque volumi. Prima ho inventato la trama generale, poi ho preso i singoli casi e ho creato le cinque sotto-scalette. A me piacciono le serie finite, le trovo più oneste e coerenti, così non c’è nessun sospetto che l’autore vada avanti ad allungare il brodo solo perché sta vendendo bene e sia costretto dalle esigenze economiche della casa editrice o della produzione. Ma vale anche per la percezione del lettore. Io da lettrice sono più ben disposta verso le serie con un finale già pensato in maniera organica rispetto all’inizio, e quindi questa scelta mi è sembrata più rispettosa per Vani, per i personaggi e per chi li ha apprezzati.

 

Un segreto? Narrare di ciò che ci appassiona

Nel Morso della vipera, il primo volume della tua nuova serie, ci hai catapultati in una Torino non a tutti conosciuta. Siamo infatti alle porte della Seconda guerra mondiale. Perché hai scelto di narrare di questo periodo storico?

Perché è un periodo scomodo. Io non leggo volentieri i libri ambientati nel ventennio fascista, è un’epoca opprimente. Nel 2018 però mi era capitato di partecipare a due progetti molto interessanti. Il primo consisteva in un mini musical teatrale sulla vita di una dattilografa, che mi aveva indotta a studiare tantissimo la storia di questa categoria sociale lavorativa e su come questa professione avesse emancipato generazioni di ragazze a inizio Novecento, così come il veloce passaggio dall’essere adolescenti a professioniste per la prima volta nella storia.

La storia del giallo

Il secondo progetto prevedeva di tenere dei corsi nelle scuole sulla storia del giallo. Approfondendo l’argomento mi sono resa conto di saperne veramente poco su cosa succedesse in Italia ai giallisti, quando gli italiani si innamorarono del genere e quale rapporto questo avesse con il potere. Ho scoperto che la grande stagione del giallo italiano sono stati gli anni Trenta, ma erano anche gli anni in cui la giallistica era vista malissimo dal regime, perché faceva entrare dalla finestra quello che invece era stato fatto uscire a calci dalla porta, ossia la cronaca nera. Sui giornali non era presente dunque, ma i libri gialli facevano parlare di crimine in casa. Gli scrittori erano soggetti a una serie pazzesca di paletti, intimidazioni, suggerimenti velati che sapevano sempre un po’ di minaccia da parte della censura, affinché non toccassero certi temi.

Mi sono appassionata così tanto a questa storia che ho deciso di raccontare di una dattilografa che va a lavorare da un giallista. Questo è il segreto della vita degli scrittori: fare delle serie su ciò di cui ti piace parlare così hai il pretesto per farlo professionalmente e continuare a studiare.

Il personaggio: l’identificazione

Vani Sarca è molto piaciuta ai lettori nonostante i suoi lati spigolosi.

Sta simpatica anche a me, le voglio molto bene. Da autrice, entrare nei suoi panni è stato liberatorio, una delle cose più catartiche. Questa protagonista può dire quello che vuole a chiunque e non rischia nulla: sul lavoro non la possono licenziare perché in possesso di segreti troppo scottanti per essere buttata fuori, nella vita non ha nulla da perdere dato che non le importa di niente e nessuno. E poi ha sempre la battuta pronta, a differenza di noi comuni mortali che dobbiamo attraversare la vita con le nostre limitate risorse. Scrivere questi cinque libri è stato molto appagante, una seduta di psicanalisi. Devo tutto a Vani, lei mi ha presa per mano e buttata nel mondo della professione che svolgo ora.

Collocare il personaggio nel suo tempo

Come è nata l’ispirazione per creare Anita Bo, la tua irresistibile protagonista?

Nonostante Vani Sarca fosse un personaggio ben caratterizzato e divertente da far muovere, non volevo ricrearne una copia. Avevo il timore di finire come quei professori universitari che tengono sempre lo stesso corso monografico per tutta la vita o quegli scrittori che ripropongono sempre la stessa minestra; io volevo fare altro, lo trovavo più onesto. Ci voleva quindi qualcosa di diverso. Quando una protagonista è molto amata l’autore è felicissimo, però dopo vive nel terrore perché non è sicuro se l’eroina successiva sarà all’altezza o quantomeno complementare alla precedente. Vani è una donna sarcastica, sembra molto sicura di sé, però in realtà è misantropa e non si fida di nessuno; i cinque libri su di lei infatti narrano la storia di come lei impari a voler bene alle persone. Anita non poteva avere le stesse fragilità, perché una ragazza di vent’anni negli anni Trenta non ha tempo di essere sociopatica, ha ben altri problemi che incombono sulla sua testa, come ad esempio riuscire a realizzarsi nella vita senza finire tappata in una casa con un marito che le fa fare diciotto figli e la confina fra quattro mura. Anita ha tutta un’altra impostazione, ha altri obiettivi e poi ha un’altra età.

Attraverso la voce ci arriva il personaggio

Hai lavorato molto alla voce di Anita o è emersa sin da subito in te?

C’è stato un bel po’ di lavoro. Con Vani fu semplice: un personaggio contemporaneo che parla in prima persona è la cosa più immediata con la quale empatizzare. Invece qua abbiamo una protagonista degli anni Trenta. Volevo fosse fresca, una ventenne prima di tutto, una ragazza piena di vita, esuberante, e non l’immagine della nonna. Ho dovuto perciò inventare una lingua artificiale che sembrasse naturale, che andasse bene sia per l’epoca sia per l’età della protagonista. Questo elemento trasversale doveva far pensare che in fondo una ragazza di vent’anni a quel tempo non poteva essere tanto diversa da una ragazza di vent’anni oggi. A quell’età sei così: vuoi cambiare il mondo, hai dei sogni per la tua vita, ti incavoli se le cose non vanno come vuoi tu, hai paura che la vita ti porti a fare cose che tu non puoi fare. È possibile empatizzare con tutto ciò, però devi parlare la lingua giusta. Non potevo essere fedelissima al linguaggio dell’epoca perché se l’avessi mantenuto avrei dovuto far parlare Anita in dialetto piemontese, e sarebbe stato improponibile. Ho dovuto creare un ponte.

Ti piace il romanzo storico?

Io adoro il romanzo storico, è un genere letterario che mi piace tantissimo, e la mia ammirazione diventa sconfinata quando trovo autori capaci di sottoporre i dettagli dell’epoca senza l’aria paludata della lezione cattedratica, quella precisione che non è mai ostentazione. Tra i più belli che abbia mai letto cito Soldato d’inverno di Daniel Mason sulla Prima guerra mondiale e Tutta la luce che non vediamo di Anthony Doerr, ambientato durante il secondo conflitto ma vissuto a Saint-Malo. Entrambi sono davvero ben documentati ma narrati in maniera leggera.

L’importanza dei personaggi secondari

La nostra Anita ha attorno a sé delle donne particolari, ognuna delle quali ci dona uno spaccato di quella che era la società all’epoca.

Sì, ci sono la sua amica Clara, sua coetanea con la quale si conosce da quando avevano dodici anni e facevano insieme la scuola di dattilografia, e poi c’è Candida, la loro professoressa che è diventata loro amica dopo la fine della scuola. Mi sono tanto divertita a creare questa famigliola acquisita della protagonista.

Riprendendo il discorso precedente, secondo me è parte integrante dell’essere ventenne il fatto di avere una migliore amica con la quale darsi di gomito e capirsi tramite un proprio linguaggio personale o semplici sguardi. Viste dall’esterno Anita e Clara appaiono diversissime − la prima molto bella, la seconda molto meno appariscente − e nessuno direbbe quanto siano affiatate, tranne la loro professoressa che invece ci ha visto lungo e sin dall’inizio ha capito che loro due sarebbero potute diventare grandi amiche. Entrambe hanno una spinta verso l’indipendenza e la realizzazione e sono predisposte a fare squadra, c’erano poche occasioni per le ragazze all’epoca di avere delle alleate.

Per scrivere bisogna documentarsi

Quali sono state le tue fonti?

Si pensa che per creare una storia d’epoca si debba partire dai libri di storia, e in parte è vero, perché senza la componente nozionistica non si va da nessuna parte. Per scrivere di una dattilografa negli anni Trenta bisogna conoscere le leggi sul lavoro femminile, se questa dattilografa va a lavorare da un giallista vanno studiate le leggi sulla censura, così come quello che succedeva al libro prima di andare in stampa e cosa succedeva all’autore se il libro veniva poi trovato inadeguato. Ci sono aspetti tecnici fondamentali, però poi da soli non bastano a definire la voce dei personaggi, il colore delle giornate o degli ambienti, e si ha bisogno di altre fonti. Per questa serie io ho letto un sacco di memorialistica, lettere e consultato repertori fotografici. Questi ultimi soprattutto sono stati utilissimi: attraverso le foto ho visto e capito il funzionamento di molte cose studiate e soltanto descritte. Ad esempio ho scoperto che lungo il Po nel 1934 era tutto uno sventagliare di lenzuola bianche perché c’erano le lavandaie che ci appendevano le lenzuola, ed è una cosa che oggi non si immagina minimamente. Sui repertori fotografici ci si può stare delle ore e apprendere un sacco di dettagli.

Approfondire sempre

Il capo di Anita, Sebastiano, traduce i gialli che arrivano dall’estero. In che modo ti sei documentata sulla letteratura dell’epoca?

Io ho una passione per la letteratura pulp degli anni Venti e Trenta, e questo è stato il pretesto perfetto per riempirmi la casa di libri di questo genere − mio marito si è risolto il problema dei regali per svariati Natali e compleanni.

Sebastiano, il capo di Anita, di mestiere traduce questi racconti hard boiled pubblicati sulle riviste letterarie americane di quel ventennio. È una letteratura ancora poco tradotta in Italia, e la causa risiede in gran parte nel quadro storico. All’epoca noi italiani avevamo appena iniziato a conoscere quei gialli e li traducevamo, ma in America andavano fortissimo e dunque non era possibile star dietro all’intera produzione. Come ho detto prima, al regime il genere non piaceva, tantomeno quello straniero, e la produzione venne rallentata fino a diventare fuorilegge. Ci sono stati degli anni in Italia, a partire dal 1941, in cui le collane di giallistica italiana si sono autocensurate e si è ricominciato dopo il 1946 a tradurre, scrivere e pubblicare. Ma nel frattempo l’interesse per questo genere si era smorzato. Il nuovo grande innamoramento degli italiani per il giallo è arrivato con la televisione e i suoi sceneggiati polizieschi, come ad esempio il Tenente Sheridan. In quel frangente si è cercato di recuperare qualche volume, ma molta produzione è rimasta non tradotta, a fronte anche del fatto che sarebbe stato necessario scavare malvolentieri in un mondo che ci si era appena lasciati alle spalle.

Pubblicare un libro con un grande editore

Tu sei arrivata a pubblicare con un grande editore che è Garzanti. Qual è stato il tuo percorso e com’è il tuo rapporto con l’editor e la revisione?

Sono anch’io editor e redattrice di formazione, per cui non posso non stimare il lavoro di questi santi/psicologi ad honorem. Hanno a che fare con noi autori e vorremmo che nessuno toccasse il nostro lavoro, quindi questo mi impedisce di guardare alla mia editor se non con totale ammirazione e devozione. Lei è bravissima e le devo tantissimo. È necessario ci sia qualcuno che ti legga le cose.

La lettera di presentazione all’editore

Per raggiungere il grande editore, secondo me gran parte del lavoro sta nella fatidica lettera di presentazione, che tutti sottovalutano. All’epoca, quando ho proposto il mio primo libro, lavoravo in una casa editrice specializzata in saggistica e molto piccina, quindi per me il mondo della narrativa era nuovo ed era popolato da persone che non conoscevo. Però l’esperienza nella redazione mi aveva insegnato come proporre nella maniera giusta i manoscritti. Per farvi un esempio, una volta un’amica scrittrice mi chiese di aiutarla perché non riceveva risposte dagli editori ai quali si era proposta. Lei mi inoltrò la mail nella quale era allegato il dattiloscritto, e il testo diceva così: “Come da oggetto si trasmette il manoscritto intitolato XXX, si autorizza l’uso dei dati secondo decreto legislativo.” E basta. Allora, chi è del il settore magari può sorridere di questa cosa, ma in realtà ha perfettamente ragione lei, perché nessuno le ha insegnato quanto questa cosa non fosse efficace. Spesso si parte dal presupposto che chi è in casa editrice legga tutto quello che arriva, ma la verità è un’altra. Gli editori ricevono talmente tante proposte che è necessario comportarsi nei loro confronti come fa l’editore stesso con la quarta di copertina del libro verso il lettore, il quale deve scegliere cosa comprare e portarsi a casa da leggere. Anche il valutatore interno alla casa editrice deve fare una scrematura, non può leggere tutto quello che arriva, e quindi bisogna accattivarselo con la lettera di presentazione.

Tenere un dialogo onesto con l’editore

Deve instaurarsi un dialogo molto onesto con l’editore perché in fondo si sta cercando di stabilire un rapporto di lavoro. È una professione quella dello scrittore, non si tratta solo di sfoggiare il proprio talento. Con te autore dovranno lavorare, dovranno mandarti in giro a fare le presentazioni, dovranno sperare che tu sia almeno un po’ comunicativo con i tuoi lettori e che non li manderai a quel paese appena ti avvicinano, dovranno augurarsi tu sia uno che rispetta le scadenze perché dal tuo lavoro dipende tutta la catena di chi lavora dopo di te. Quindi il mio consiglio è: presentati in poche righe; presenta il soggetto della tua opera molto rapidamente; allega una sinossi, ossia la trama intera compresa di finale; e poi, con tutta onestà, spiega perché hai pensato che valesse la pena proporgli il tuo manoscritto, ma senza cadere nell’autoincensante. Tanta gente si ferma qua a volte per i motivi opposti, ossia non riesce a descrivere la propria opera in poche righe. Ma è necessario: se non ne sei capace tu come autore, come puoi pretendere lo faccia qualcun altro, ad esempio per la quarta di copertina?

Attenzione a questo errore

Uno degli errori peggiori che si possono commettere è mandare la stessa lettera di presentazione a tutte le case editrici. Devi valutare bene a chi ti rivolgi, anche perché poi verranno messe le mani sul tuo libro, ti verrà detto cosa va bene e cosa è da ritoccare, dov’è il potenziale e dove invece magari ti sei lasciato un po’ troppo prendere la mano. Se non ti fidi delle politiche editoriali del tuo editore, come fai ad accettare questo tipo di intervento e di dialogo? L’editore mette il marchio sul libro, non c’è solo il tuo nome, quindi devi trovare qualcuno col quale ti capisci e parli la tua stessa lingua. Prima di sceglierti, sei tu a scegliere l’editore.

Consigli di lettura

Alice quali libri ci consiglieresti di leggere, presi dalla tua libreria?

Se per caso avete come me un debole per il noir degli anni Trenta, consiglio Raymond Chandler, uno dei padri del genere. Ogni suo paragrafo contiene qualcosa di brillante e raffinato, ha un umorismo inglese molto contenuto.

Se vi piace invece il noir buffo e tagliente, uno dei miei libri preferiti si intitola Vedi di non morire ed è scritto da Josh Bazell. Il protagonista è un ex sicario della malavita riconvertito a medico e il suo obiettivo sarà di non far morire un boss. Nell’incipit viene aggredito da un povero ladro disgraziato che cerca di rapinarlo mentre fa un prelievo al bancomat. Lui, con l’abilità del sicario, gli spezza le ossa ma nel frattempo, essendo medico, gli dice esattamente quali ossa gli sta rompendo.

 

Guarda l’intervista ad Alice Basso

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