Triste, solitario y final

A volte siamo portati a pensare che i libri ormai abbiano già parlato di tutto, non ci sia più argomento inesplorato, dinamica che non sia stata sondata, struttura che non sia stata sperimentata. Poi capita di leggere romanzi come Triste, solitario y final di Osvaldo Soriano e ci si ricrede.

L’AUTORE

Osvaldo Soriano fu un giornalista e scrittore argentino nato nel 1943 e morto nel 1997. Entrato a far parte della redazione del quotidiano La Opinion nel 1971, subì i pesanti effetti della censura politica che gli impedirono di scrivere per sei mesi consecutivi. Fu proprio nel corso di questo periodo che nacquero i racconti che si trasformarono successivamente nel suo celebre romanzo d’esordio: Triste, solitario y final.

LA TRAMA

La storia inizia con Stan Laurel e Charlie Chaplin, che stanno per sbarcare in America non ancora ventenni. Hanno entrambi una carriera davanti, ma già nel secondo capitolo un poderoso salto temporale ci presenta un vecchio Stan, ormai rimasto solo dopo la morte di Oliver Hardy, convinto di essere vittima di una congiura da parte di Hollywood, colpevole di non voler più lavorare con lui.

Per scoprire la ragione di tanto disinteresse e risolvere il caso, Stan assumerà il recalcitrante detective Philip Marlowe, personaggio creato dalla penna di Raymond Chandler, che però non arriverà a niente. La vicenda tuttavia fungerà da pretesto per incontrare una lunga serie di figure hollywoodiane da John Wayne a Dick Van Dyke, da James Stewart a Jane Fonda, e persino lo stesso Soriano s’intrufolerà nella storia, solidarizzando con Marlowe di fronte alla tomba di Stan Laurel.

 

DA NOTARE

Personaggi reali interagiscono con quelli di fantasia, l’autore decide di entrare anche lui in scena e gioca con loro, l’intento di condurre una ricerca sulla vita di Stan Laurel si trasforma in romanzo, e si colora delle tinte gialle e poliziesche, ma in una chiave ironica carica di humor.

Soriano non ha paura della propria immaginazione e la lascia libera di vagare in tutte le direzioni possibili. Il risultato è un libro che spiazza e che sfugge ad ogni catalogazione di genere. In casi come questi l’autore deve dimostrarsi bravo a stipulare fin da subito il proprio patto con il lettore, perché quando lo scrittore chiede a chi legge di sospendere la propria incredulità e di farsi accompagnare nel suo mondo, al limite dell’assurdo, poi deve essere capace di condurre il gioco fine alla fine salvaguardandone la coerenza.

Una curiosità: il titolo del romanzo è una citazione di Marlowe tratta da Il lungo addio “Arrivederci amico, non le dico addio. Gliel’ho detto quando aveva un senso. Gliel’ho detto quando era triste, solitario e alla fine”.

 

INCIPIT

Fa giorno con un cielo tutto rosso, sembra di fuoco, eppure il vento è fresco e umido e l’orizzonte una foschia grigia. I due uomini sono saliti in coperta e sono due facce ben diverse quelle che guardano verso la costa, celata dalla nebbia. Gli occhi di Stan hanno il colore della foschia; quelli di Charlie, il colore del fuoco. La brezza salata spruzza i loro visi di gocce trasparenti. Stan passa la lingua sulle labbra e sente, forse per l’ultima volta in questo viaggio, il gusto salato del mare. Ha gli occhi celesti, piccoli e obliqui, le orecchie grandi, i capelli ispidi e arruffati. È immerso in un’aria afflitta e malgrado i suoi diciassette anni è abituato a fabbricare sorrisi. Adesso, lontano dal circo, lontano da Londra, il suo piccolo corpo è teso e sente che la paura gli è piombata sopra da qualche parte.

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