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Mia madre è morta lunedì 7 aprile nella casa di riposo dell’ospedale di Pontoise,  dove l’avevo portata due anni fa. Al telefono l’infermiere ha detto: «Sua madre si è spenta questa mattina, dopo aver fatto colazione». Erano circa le dieci

Un incipit lapidario e freddo, come la situazione che descrive. Annie Ernaux inizia così il suo libro “Una donna”, dedicato alla madre, alla sua vita, al loro rapporto, al significato che esso ha avuto e ha oggi, immediatamente dopo la scomparsa della donna che per ogni figlio o figlia è sempre determinante, nel bene e nel male.

Per l’autrice, compito della letteratura è “permettere di aprirsi a pensieri ed emozioni che non provavamo prima di aprire un libro”.
Direi una definizione perfetta anche per essere applicata a questo racconto di poco meno di cento pagine che rappresentano, appunto, un nuovo modo di vedere le cose. “Una donna” è senza dubbio totalmente autobiografico, ma la grandezza della narrazione sta nel fatto che ciò che è episodico, contingente, estremamente situato, diventa per chi legge una storia universale. Annie Ernaux ha bisogno di raccontare la morte della madre partendo dalla vita. La vita di una donna che è il racconto di un’epoca, di una società con delle regole precise alla quale la madre si è in parte sottomessa, ma anche ribellata.
È il diario di una figlia che ha bisogno di raccontare a se stessa sua madre amata, respinta, criticata, cercata, allontanata e riavvicinata. Un raccontare che avviene in un momento non troppo lontano dalla morte della madre, ma con il distacco critico necessario a vedere gli avvenimenti da una prospettiva diversa rispetto a quella che l’autrice aveva da bambina, da adolescente, da donna adulta, mentre il rapporto con la madre accadeva, era.

Questa non è una biografia, né un romanzo, naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia. Era necessario che mia madre, nata tra i dominati di un ambiente dal quale è voluta uscire diventasse storia perché io mi sentissi meno sola e fasulla nel mondo dominante delle parole e delle idee in cui, secondo i suoi desideri, sono entrata”.

È un racconto della memoria, che si attiva partendo dai ricordi più lontani, come una foto del matrimonio dei genitori, e da quelli più recenti, come alcuni oggetti dai quali la madre non si separava mai, anche se non era più in grado di riconoscerli, per via dell’Alzheimer. La scrittura è il mezzo con cui Annie Ernaux fissa la storia di sua madre, che è anche la sua storia. È lo strumento con cui racconta a se stessa e agli altri la sua condizione di figlia, passando attraverso la madre, una donna nata povera e grande lavoratrice, con l’ambizione e la determinazione necessarie per uscire a tutti i costi dalla sua inferiorità sociale e permettere alla figlia di fare il salto culturale che le consentirà di diventare un’insegnante borghese, benestante ed appagata.

Una donna” è un romanzo che agisce su più livelli e che si rivolge a chiunque lo legga. È l’autobiografia della scrittrice, che racconta la vita della madre (e il loro rapporto), che a sua volta ci permette di capire un’epoca; è il racconto di due vite che diventano storia.
È il racconto di una morte che diventa il punto di partenza per ripercorrere una vita, è il racconto di un’assenza che deve rimanere presenza, anche se solo nella memoria.

La scrittura di Annie Ernaux non è mai scrittura di getto. L’autrice fissa sempre delle immagini interiori, dei ricordi, dei momenti significativi e cerca di trovare le parole adatte per descriverli, per trasmetterli, per renderli oggettivi non solo per l’anima ma anche per la mente. Fissare le immagini, per l’autrice è scegliere uno stile essenziale, che elimina il superfluo. Si dice che se una fotografia ha bisogno di essere spiegata non è una bella fotografia. Annie Ernaux sceglie delle immagini di vita e le racconta. Non le spiega, le racconta. E queste sue immagini sono talmente belle ed efficaci che davvero non hanno bisogno di essere spiegate, ma solo raccontate.

A. Ernaux, Una donna, L’orma, 2018, pp. 99 euro 13.00 (trad. L. Flabbi)