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C’è chi scrive ancora a mano e chi è stregato dal computer, chi programma ogni pagina dall’inizio alla fine e chi avanza di getto senza sapere dove lo porterà la trama, chi frequenta i corsi di scrittura creativa e chi esce dalla scuola della vita, chi si fa ispirare dalla realtà e chi la deforma, chi lavora esclusivamente di fantasia e chi studia, imita o perlomeno usa come modello i grandi autori del passato”.

Questa è solo una sintesi di quello che Enrico Franceschini ha scoperto e ci racconta nel suo libro “Vivere per scrivere. 40 romanzieri si raccontano”.

Una preziosissima raccolta di interviste a scrittori che hanno contribuito e contribuiscono tuttora a rendere grande il panorama della letteratura mondiale. Enrico Franceschini è da più di trent’anni corrispondente estero de La Repubblica, un mestiere che gli permette di vedere molte realtà e di incontrare altrettante persone. Le 40 interviste che compongono questa preziosa raccolta sono di scrittori, romanzieri, per la precisione, anglosassoni, israeliani e russi. Ognuno di loro racconta la propria esperienza letteraria ovvero il rapporto con la scrittura e con la lettura che per quasi tutti è una componente indispensabile per il mestiere di scrittore.

Il primo protagonista è il grande Buk, Charles Bukowsky che alla domanda “Perché scrive” risponde: “Scrivo perché è facile, molto facile, ormai, ci ho preso la mano. E poi perché mi pagano bene, adesso”.

Nick Hornby scrive con l’unica intenzione di farsi capire da tutti, se possibile. Sostiene che “anche per questo non mi piace la prosa elaborata, anzi cerco di scrivere in modo che non attiri l’attenzione sulla prosa, bensì sulla storia

Per Ian McEwanScrivere un romanzo secondo me è sempre un atto di scoperta. Ti viene una specie di idea, e da quella te ne viene un’altra, e sono finito con un libro che non potevo assolutamente prevedere”. Si tratta di una imprevedibilità della direzione del romanzo che è tutt’altro che improvvisazione. Lo scrittore è colui che studia, che si prepara, che cerca di conoscere ciò di cui vuole parlare anche se non sa a priori in che modo ne parlerà. Ama moltissimo i computer, ma la vera libertà di pensiero per lui è nella scrittura a mano su “un taccuino formato A4 di colore verde” con le pagine a righe ma senza margini; solo così “è come se il cervello pensasse direttamente sulla pagina, come se il cervello avesse una mano.”

Frederick Forsyth diventa scrittore per caso, dopo aver perso il lavoro come inviato della Bbc. Ha cominciato a scrivere perché aveva bisogno di soldi e il Giorno dello sciacallo diventa best seller internazionale e lo è tuttora. È uno scrittore metodico: parte da un’idea di poche righe che diventa una scaletta più articolata della storia che a sua volta si trasforma in una sinossi completa articolata nei singoli capitoli che costituiranno la storia. Solo a quel punto inizia la scrittura vera e propria.

Le regole per scrivere un buon thriller secondo P. D. James sono: “La prima è scriverlo bene, ossia scrivere bene. Poi occorrono una trama forte, personaggi attraenti e uno scenario avvincente, combinando tutto in una costruzione ben oliata”. Anche per questa autrice nessuna improvvisazione: scrive sempre a mano e la stesura di ogni romanzo è preceduta da almeno un anno di studio.

J. K. Rowling scrive Harry Potter e la pietra filosofale in un momento non proprio felice della sua vita. Scrive ovunque tranne che nell’appartamento popolare, tutt’altro che confortevole, che le era stato assegnato dallo Stato per ragioni di indigenza. Da quel momento la sua vita è cambiata completamente come quella di tutti i suoi lettori: Harry Potter ha davvero fatto la magia!

Cito ancora Sophie Kinsella che ha al suo attivo ventiquattro libri tradotti in quaranta nazioni, l’ultima delle quali è la Mongolia. I romanzi della serie I love shopping… l’hanno proiettata sull’olimpo della letteratura inglese e hanno dimostrato che sì, lo shopping fa vendere in tutto il mondo.

Un’altra che “entrerà negli annali della narrativa contemporanea accanto a quelli della ristretta cerchia di autori esordienti che con un libro hanno istantaneamente conquistato il mondo” è Paula Hawkins l’autrice de “La ragazza del treno”. L’idea del libro che l’ha resa famosa in tutto il mondo le è venuta “dai viaggi in treno che ho fatto anche io per tanto tempo. (…) Anch’io, come la mia protagonista, guardavo fuori dal finestrino, vedevo sempre le stesse facce e fantasticavo sui loro destini.” Fin da bambina il suo sogno era diventare scrittrice, ma ha scelto di fare la giornalista, perché le sembrava un sogno più facile da realizzare.

Questi sono solo alcuni protagonisti delle interviste di questo libro. Enrico Franceschini è davvero bravissimo a raccontare sempre in modo rispettoso e mai invadente, originale e affascinante quaranta incontri con altrettanti maestri indiscussi della letteratura mondiale. Quaranta stili di vita, quaranta dichiarazioni di poetica, quaranta metodi di scrittura e di lettura, Quaranta motivi per i quali la scrittura è diventata la cifra della vita di questi protagonisti. Un viaggio vero dentro le vite, le storie, le parole, i romanzi di autori e autrici che tutti ammiriamo, perché sono grandi. Non importa che ci piacciano oppure no i loro romanzi, sono oggettivamente punti di riferimento letterari, persone che hanno lasciato un segno profondo nella scrittura che per alcuni di loro è un’arte, per altri un mestiere.